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Histoire de deux corps.


Luis Ricardo Falero, Wine of Tokai


Avevi detto si, lo voglio: fammelo.

La mano che spinge la mia nuca al centro del petto, sullo sterno.

A cavallo delle piccole sculture di carne con quel pistillo duro e scuro come la passione. Baciare i centimetri lenti, seguendo piano la pelle che cambia forma, s’innalza lieve ed è seno morbido; e sfiorare col naso quella cosa senza eguali in dolcezza. Cos’è un capezzolo? Perché è così bello da guardare, toccare, sentire con la punta delle dita e poi infilare in bocca? Un punto insignificante, che si alza presuntuoso: perché l’ombelico suadente non ha la stessa fortuna? No, il capezzolo è li ad aspettare carezze, a dispensare vita e piacere.

E quanto tempo nel sogno l’ho tenuto tra le labbra? Senza calcolare il tempo dovuto all’uno e all’altro: l’amore non ha misure di tempo, tanto da farli crescere come punte di frecce delle amazzoni.

Le mani nei fianchi a misurare il piacere di averli li, i tuoi fianchi, tra le mani.

Il possesso: eccolo, i tuoi fianchi stretti tra le mani, le mani che scendono, prendono quello che c’è sotto, le natiche, e le alzano, come una coppa da avvicinare alla bocca; non mi avvicino alla fonte, la bocca scivola sulle cosce, ne fa autostrade da esplorare di baci.

E quanti? In una notte dove solo la grande luna poteva essere felice oltre noi?

Quanti baci, e io serrato tra le colonne di Ercole - le tue cosce - a difesa della porta di Atlantide.

La bocca ancora ad esplorare l’angolo più acuto e remoto, quando il pube finisce.

E il tuo prendermi con le mascelle, e tirarmi su per respirare la mia bocca bagnata di te, e chiedere che l’agonia finisca, che bisogna attraversare il cuore e fondersi dentro, e la strada è facile, liquida, ma è così bello trattenersi dal percorrerla. Poi si decide di si con gli occhi, e lievi sospiri che ripetono: lo voglio, fammelo quello che mi hai scritto tante volte sul cuore, fammelo.

È una porta senza chiavi quella del Paradiso, e lui entra per camminarci e morirci, una, due, dieci, duecento, non c’è matematica dei sussulti, entra ed esce, si ferma attimi per controllare che il suo sogno sia da sveglio; e ancora, finché la stella non luccica e sussulta, e si stremi e lo affatichi di baci, urlando in un sussurro “ti amo”. E poi è libero di piangere e gioire di lacrime d’amore, come latte.

Francesco Di Domenico ©

      




Hard Rock Café Paris, novembre 2012


 

Pubblicato il 26/2/2014 alle 14.13 nella rubrica Diario.

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