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Storie Brillanti di Eroi Scadenti

A dicembre 2008 presentai al Maschio Angioino a Napoli la raccolta di racconti che nel corso degli anni avevo pubblicato su varie riviste, più molti inediti.
La cover fu firmata da Riccardo Marassi, il formidabile vignettista de Il Mattino, Il Messaggero e soprattutto Linus.

Gli chiesi di stilizzare uno Zek Wolf, il mitico Ezechiele Lupo dei fumetti, lui fece di più, caricaturizzò la mia faccia e firmò Marassi & Walt, in omaggio al maestro (noi ci siamo sempre considerati “disneyani non pentiti”).
Ora ne pubblicherò alcuni di quei racconti, ringraziando la gentile concessione della Edizioni Cento Autori.





L’ESERCIZIO PER IL CORDOGLIO

Ero alla Ricevitoria del Lutto quando la incontrai.Mi era morto un geranio imperiale, pianta di rara bellezza della mia serra; a lei era morto il cane. 

L’Esercizio per il Cordoglio era stata un’invenzione miracolosa: a chiunque fosse morto qualcosa, bastava pagare un biglietto per ricevere le condoglianze, bevendo un Bloody Mary. Mescolammo le nostre lacrime in una saletta per gli svenimenti. Con un ticket di cinque dollari ci rotolammo per due ore sul divanetto ululando di piacere commisto a pianto, mentre elaboravamo il lutto. Si susseguirono giorni tragici, a volte romantici, ma sempre passionali. Spesso ci davamo appuntamento nel “Piagnisteo”, una sala fantastica nel museo dell’Olocausto, dove ci si andava a commuovere sulla tragedia della Shoà. La sala era sempre vuota e discreta: a nessuno fregava più degli ebrei al forno; la gente era indirizzata più verso il cosciotto d’agnello alla Farisea. Piangevamo talmente tanto che dovevamo spogliarci dei vestiti ed aspettare un paio d’ore che si asciugassero (c’erano degli appositi fornetti), e quel tempo lo impiegavamo per parlare di anatomia, facendo pratiche ludiche per rinfrancarci e rotolandoci su dei vecchi pagliericci da gulag. Lei era sempre cordiale, tranne rare volte in cui, sfinito dal rimpianto per le tragedie che commemoravamo, io mi addormentavo sognando fiumi di zabaione. Allora lei s’infuriava. 

Una volta, mentre eravamo in visita alla camera della morte di Alcatraz, mi appisolai sulla sedia elettrica. Mi svegliai mentre Titti armeggiava con dei fili intorno ai miei testicoli, simulando un’impiccagione. Signor giudice, non so chi abbia alzato l’interruttore mentre le ficcavo i fili in gola, ma simulò perfettamente una luminaria.



Mi corre l’obbligo di una chiosa. La satira e l’umorismo spesso inciampano nel dolore, ciò non significa mancanza di rispetto, tutt’altro. I censori stiano tranquilli, la tragedia della Shoà resta indelebile, come tutte le tragedie che non hanno giorni per essere ricordate, da Sabra e Chatila, a piazza Tienanmen, passando per gli stadi cileni del 1973, e i migliaia di desaparecidos argentini, più i morti senza dolore e senza storia del mare di Lampedusa.






Pubblicato il 8/2/2014 alle 8.36 nella rubrica info letterarie.

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