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Il 546 Bus per l'aldiquà.

 

 

Il 546 è il vecchio 147 rosso.
La vecchia Atan aveva una cultura apotropaica dei numeri dei bus, li faceva somigliare per onomatopeismo ai posti dove giravano e, ‘o pullmànn’ po’ camposanto, come poteva chiamarsi?
La nuova Anm ha un senso estetico del trasporto, autobus pochi per la strada, ma un’immagine high tech formidabile. Paline e pensiline di design francese, numeri indicatori da missione spaziale o da intervento di Navy Seal in Mozambico: C39, 2M, 546… Orari presunti d’arrivo sui display elettronici mai rispettati – ma se chiami il numero verde ti diranno, come se fossimo in “Star Trek”:
«Ci scusino signori, ma c’è stata una tempesta elettronica».
Il 546 parte dalla stazione metropolitana del Frullone- poco prima del Museo di Capodimonte - e, tagliando come il burro la città, scende verso il centro, passando per il vialone di Corso Amedeo di Savoia. Quella era  la passeggiata che portava i borboni verso la residenza reale. 
Poi attraversa il corpo sanguigno ed eduardiano della città: via Foria, dopo sale per la vecchia Via Nuova Del Campo - “via del Campo c’è una puttana, occhi grandi color di Foglia…” - una volta c’erano prostitute, ora si chiama via Don Bosco e sono sparite. Quindi su a Capodichino, dove c’è il ristorante “La Loggia del Paradiso”: ci vanno a fare l’ultima cena? E a destra giù, al “Nuovissimo”, il cimitero di sopra.      
 
 
 
 
Dalle sette e mezza del mattino stanno già li, gli stakanovisti del lutto, sono gli anziani.
Sembrano avviarsi per tempo, verso quella che sarà la loro ultima casa.
Quando arrivi sulla fermata, già conosci la composizione antropologica della folla in attesa.
Sai chi si lamenterà, chi cordialmente ti chiederà un’informazione.
Tutti ti hanno già guardato e soppesato con gli occhi, sei a meta strada tra un padre snaturato e un carceriere che viene a liberarli in ritardo.
I vestiti sono d’epoca. Da un po’ non si sente più la naftalina, ma il vecchio odore della “Lavanda Linetti” lo risenti, mentre la mente fa un tuffo sulla foto sbiadita del nonno che portava lo stesso vestito “Principe di Galles” a spina di pesce. Questo anziano cavaliere che sale distribuisce la sua essenza nel bus. Sarà sicuramente cavaliere, come diceva Totò: “non dubiti, la faranno cavaliere, quantomeno commendatore.
 La signora Pupetta mentre sale inveisce contro il comune che non le da’ i sacchetti della spazzatura. Le invettive contro l’astratta madre infedele, la municipalità, sono continue. Eccole, fiori in mano puntati come Kalashnikov verso il mezzo pubblico. Donne in nero.
E’ difficile stabilire se gli abiti scuri sono rappresentativi del lutto o della moda imperante.
Ma il nero di lutto lo leggi, è totale e sembra emani dolore, mentre quello della promenade domenicale è glamour, rotto da nuance di cromatismi diversi.
La vedova giovane, amputata del marito, se è la coniuge di un ammazzato di camorra, viaggia in bus, ma solo se il marito era di una cosca perdente.
Ha gli occhi bassi, e tira a se i figli, come una lupa furiosa.
 
Le vedove dei vincenti le vedi dal parabrezza, arrivano in Swift-Suzuki, con motorini roboanti da 500 cc, con le Mercedes nere 250 cl. Hanno minigonne da schianto, perizoma la cui lettura orografica è semplice perché viaggiano sotto il raso nero della gonna come cilici sensuali. Le riconosci e distingui dalla gente comune, dalle vedove glamour, perché hanno sempre un filo di pancia di troppo, poco avvezze alle diete.
L’immondizia e il traffico sono istituzionali.
La procace biondona ad ossigeno (20 volumi, nel lavandino di casa), con reggiseno di una taglia inferiore, affaccia il suo decolleté nella cabina guida e ti chiede:
«Capo, mi farebbe scendere qui? Mi gira la testa non mi sento bene»
Le  fai: «Tranquilla signora le chiamo un’ambulanza?»
E lei, facendo sulle enormi tettone il gesto di soffiarsi, dice:
«Eh, fosse solo quello…»
La gestione del caos è ordinata. I vigili con divise stazzonate ma decenti, da polizia afgana, regolano un traffico di bus semivuoti e di migliaia di macchine con anziani viaggiatori di last travel.
 I miei clienti scemano lentamente, i dibattiti sulla povera ragazza strangolata dalla cugina o dallo zio, si spengono. La tettona dal basso mi lancia uno sguardo da fuoco eterno, le sue lenzuola di raso (nero?) andrebbero riempite.
Tiro il freno a mano allo stazionamento.
Accendo una sigaretta e apro il giornale, c’è Fini che parla con D’Alema amabilmente: Mio Dio, e se si risvegliasse uno di questi morti ventennali ?
 
 
 

 

 

Pubblicato il 24/10/2010 alle 22.55 nella rubrica Diario.

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