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gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


Diario


28 febbraio 2014

Sdraiati. (Un libro scritto sdraiato)


Mirabolante, suadente, intelligente, di una raffinatezza lessicale unica, il linguaggio di Michele Serra colpisce al cuore.

È sempre lo stesso, ma ti sorprende sempre. La sua capacità di giocare con l’italiano, come Gustav Thoeni girava intorno alle bandierine coi suoi sci in coppa del mondo, ti inebria, però i libri non sono esercizi di stile. Un libro ti deve accompagnare e raccontare sensazioni, anche angosciare con una storia, se vuole insegnarti a vivere attraverso le sconfitte di chi lo scrive diventa un saggio – in questo caso, pedagogico – e per questo ci si rivolge ai noiosi professionisti della materia.

Sdraiati, l’ultimo libro di Serra ci ha lasciato in bocca un fastidio, come quando leggi una lamentosa pagina di diario.

Lui ci aveva abituato a satire feroci ed esilaranti, dove la società italiana veniva messa al palo da divertenti scommesse dialettiche, sempre vinte.

In questo libro l’autore affronta il rapporto ancestrale che si forma tra padre e figlio rendendone una pietosa piece, non teatrale ma filodrammatica e improbabile – non è possibile che un genitore della media borghesia (borghese di sinistra, si definisce lui) possa avere un rapporto cosi slegato culturalmente dal figlio.

Non è auspicabile, né plausibile che un uomo sulla soglia dei sessant’anni oggi possa considerarsi vecchio alla stregua dei nostri genitori, se ciò accade è una questione personale sua di relazione, non può ascriverlo ad un’intera generazione.

Chi nel 2014 compie sessant’anni ne aveva venti nel ’74, aveva già votato a favore dell’aborto; aveva visto i suoi fratelli maggiori fare il ’68; aveva avuto i capelli lunghi (e spesso unti), il primo motorino, per non parlare delle canne di marijuana e del primo sesso libero.

Se considera il figlio un ameba, relativato solo al web e avulso dalla cultura straordinaria in cui navigano i ventenni di oggi, il problema è singolo di un genitore, non di una generazione che non “ha capito” i suoi figli. Chi ha sgommato con una mini 90 Cooper per andare ad un concerto dei Genesis non può essere un genitore sbagliato.

Forse è sbagliato lui, e la cosa ci dispiace.


(Fosse una questione di soldi? Il traino dell’Amaca su La Repubblica, e una edizione Feltrinelli assicurano una buona dose di royalties da usare per le vacanze 2014)


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26 febbraio 2014

Histoire de deux corps.


Luis Ricardo Falero, Wine of Tokai


Avevi detto si, lo voglio: fammelo.

La mano che spinge la mia nuca al centro del petto, sullo sterno.

A cavallo delle piccole sculture di carne con quel pistillo duro e scuro come la passione. Baciare i centimetri lenti, seguendo piano la pelle che cambia forma, s’innalza lieve ed è seno morbido; e sfiorare col naso quella cosa senza eguali in dolcezza. Cos’è un capezzolo? Perché è così bello da guardare, toccare, sentire con la punta delle dita e poi infilare in bocca? Un punto insignificante, che si alza presuntuoso: perché l’ombelico suadente non ha la stessa fortuna? No, il capezzolo è li ad aspettare carezze, a dispensare vita e piacere.

E quanto tempo nel sogno l’ho tenuto tra le labbra? Senza calcolare il tempo dovuto all’uno e all’altro: l’amore non ha misure di tempo, tanto da farli crescere come punte di frecce delle amazzoni.

Le mani nei fianchi a misurare il piacere di averli li, i tuoi fianchi, tra le mani.

Il possesso: eccolo, i tuoi fianchi stretti tra le mani, le mani che scendono, prendono quello che c’è sotto, le natiche, e le alzano, come una coppa da avvicinare alla bocca; non mi avvicino alla fonte, la bocca scivola sulle cosce, ne fa autostrade da esplorare di baci.

E quanti? In una notte dove solo la grande luna poteva essere felice oltre noi?

Quanti baci, e io serrato tra le colonne di Ercole - le tue cosce - a difesa della porta di Atlantide.

La bocca ancora ad esplorare l’angolo più acuto e remoto, quando il pube finisce.

E il tuo prendermi con le mascelle, e tirarmi su per respirare la mia bocca bagnata di te, e chiedere che l’agonia finisca, che bisogna attraversare il cuore e fondersi dentro, e la strada è facile, liquida, ma è così bello trattenersi dal percorrerla. Poi si decide di si con gli occhi, e lievi sospiri che ripetono: lo voglio, fammelo quello che mi hai scritto tante volte sul cuore, fammelo.

È una porta senza chiavi quella del Paradiso, e lui entra per camminarci e morirci, una, due, dieci, duecento, non c’è matematica dei sussulti, entra ed esce, si ferma attimi per controllare che il suo sogno sia da sveglio; e ancora, finché la stella non luccica e sussulta, e si stremi e lo affatichi di baci, urlando in un sussurro “ti amo”. E poi è libero di piangere e gioire di lacrime d’amore, come latte.

Francesco Di Domenico ©

      




Hard Rock Café Paris, novembre 2012


 




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8 febbraio 2014

Storie Brillanti di Eroi Scadenti

A dicembre 2008 presentai al Maschio Angioino a Napoli la raccolta di racconti che nel corso degli anni avevo pubblicato su varie riviste, più molti inediti.
La cover fu firmata da Riccardo Marassi, il formidabile vignettista de Il Mattino, Il Messaggero e soprattutto Linus.

Gli chiesi di stilizzare uno Zek Wolf, il mitico Ezechiele Lupo dei fumetti, lui fece di più, caricaturizzò la mia faccia e firmò Marassi & Walt, in omaggio al maestro (noi ci siamo sempre considerati “disneyani non pentiti”).
Ora ne pubblicherò alcuni di quei racconti, ringraziando la gentile concessione della Edizioni Cento Autori.





L’ESERCIZIO PER IL CORDOGLIO

Ero alla Ricevitoria del Lutto quando la incontrai.Mi era morto un geranio imperiale, pianta di rara bellezza della mia serra; a lei era morto il cane. 

L’Esercizio per il Cordoglio era stata un’invenzione miracolosa: a chiunque fosse morto qualcosa, bastava pagare un biglietto per ricevere le condoglianze, bevendo un Bloody Mary. Mescolammo le nostre lacrime in una saletta per gli svenimenti. Con un ticket di cinque dollari ci rotolammo per due ore sul divanetto ululando di piacere commisto a pianto, mentre elaboravamo il lutto. Si susseguirono giorni tragici, a volte romantici, ma sempre passionali. Spesso ci davamo appuntamento nel “Piagnisteo”, una sala fantastica nel museo dell’Olocausto, dove ci si andava a commuovere sulla tragedia della Shoà. La sala era sempre vuota e discreta: a nessuno fregava più degli ebrei al forno; la gente era indirizzata più verso il cosciotto d’agnello alla Farisea. Piangevamo talmente tanto che dovevamo spogliarci dei vestiti ed aspettare un paio d’ore che si asciugassero (c’erano degli appositi fornetti), e quel tempo lo impiegavamo per parlare di anatomia, facendo pratiche ludiche per rinfrancarci e rotolandoci su dei vecchi pagliericci da gulag. Lei era sempre cordiale, tranne rare volte in cui, sfinito dal rimpianto per le tragedie che commemoravamo, io mi addormentavo sognando fiumi di zabaione. Allora lei s’infuriava. 

Una volta, mentre eravamo in visita alla camera della morte di Alcatraz, mi appisolai sulla sedia elettrica. Mi svegliai mentre Titti armeggiava con dei fili intorno ai miei testicoli, simulando un’impiccagione. Signor giudice, non so chi abbia alzato l’interruttore mentre le ficcavo i fili in gola, ma simulò perfettamente una luminaria.



Mi corre l’obbligo di una chiosa. La satira e l’umorismo spesso inciampano nel dolore, ciò non significa mancanza di rispetto, tutt’altro. I censori stiano tranquilli, la tragedia della Shoà resta indelebile, come tutte le tragedie che non hanno giorni per essere ricordate, da Sabra e Chatila, a piazza Tienanmen, passando per gli stadi cileni del 1973, e i migliaia di desaparecidos argentini, più i morti senza dolore e senza storia del mare di Lampedusa.







6 febbraio 2014

L'insostenibile leggerezza del benessere.

Ogni tanto devo passeggiare per librerie, come se salissi in montagna ad ossigenarmi.

Giro fra le copertine facendo voleé di flamenco, tornando sui passi, aprendo pagine a caso e leggendo come inzuppassi il pane nel ragù la domenica mattina – spesso il sugo è ancora aspro, o manca di quel pizzico di sale, ma i libri sono una salsa armonica e le parole spezie infilate nel corpo di un cibo che diverrà voluttà.

Quando non accade, comunque un libro nutrirà nuovi pensieri, se sei un lettore avido e ti inviterà a raccontare meglio, se a scrivere sei tu.

In fondo cos’è uno scrittore, se non un lettore che non riesce a trovare le sue parole in quelle degli altri?

Talvolta davanti ad alcuni libri succede che mi senta come in una camera iperbarica, mi ossigeno in modo forzato. Soffro di claustrofobia, respiro ma ho paura.




La sensazione l’ho avuta mentre una cover mi solleticava gli occhi con curiosità da Casalinga di Voghera, di quelle che se vedono un merletto scucito ad una gonna o una macchia di cannella su un colletto di un maschio, magari procuratosela mentre salutava un cuoco, pensano subito ad amanti improvvide.

Era per la foto di una ciambella mozzicata che somigliava in modo strano e coincidente con quella disegnata sul libro di un’amica che avevo recensito in agosto su queste pagine, Dialogo d’Amore tra un Buco e una Ciambella, di Alessia Luongo Di Giacomo.

La stranezza era che i due non solo si conoscono, ma l’autore in questione, Fausto Brizzi, le aveva anche rilasciato un gradevole commento in quarta di copertina.

In giurisprudenza, tre indizi fanno una prova, ma gli indizi sono due, il terzo poteva essere la verosimiglianza narrativa, ma non lo è stato, il libro di Fausto Brizzi - Cento giorni di felicità - Einaudi, parla d’altro. Ergo, coincidenza astrale? Boh! 

(…) Ho fatto degli errori, altri ancora ne farò, ma ho partecipato anch'io alla festa. C'ero anch'io. 

In un angolo magari, non ero il festeggiato ma c'ero. L'unico rimpianto è aver dovuto scoprire di morire per cominciare a vivere.(…)

E’ un racconto di un uomo che scopre di dover vivere gli ultimi cento giorni per un male estremo diagnosticatogli e tenta di recuperare le felicità perdute.

Quando ho parlato di mancanza d’aria era questo. Già cent’anni prima avevo letto di una morte conosciuta ad inizio libro, ma l’autore e la narrazione mi avevano trasportato in un sogno fantastico, perché Cronaca di una morte annunciata di G.G. Marquez, era un sogno annunciato, (e un capolavoro annunciato): avrei sopportato una sofferenza romantica e divina ancora?

Non credo, ma l’incipit è comunque mezzo libro, ho voluto leggerlo. Purtroppo, quando ho letto questo, l’ho posato.

(…) Il terzo giorno da non dimenticare è stato una domenica, il 14 luglio del 2013, una settimana precisa dopo il mio quarantesimo compleanno. Dovevo capire subito che si trattava di un giorno speciale perché non ci furono famosi disastri aerei a rubarmi la scena.

Era una domenica inutile e tropicale, durante la quale non successe niente degno di nota. Se escludiamo il fatto che alle 13.27 circa ho preso un bel respiro e sono morto.(…)


La famosa aria mi è mancata (famosa, come la paura di morire)

Non ce l’ho fatta a prenderlo, ho comprato una monografia di Linda Sunshine su Woody Allen e un film di Totò: “Siamo Uomini o Caporali? ”.



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Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

Arte & Artisti di Famiglia



        

Maria Chiara Di Domenico "Deserto d'oro"

          Scultura & Pittura
          
          
               
                
Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


 The Lord

The Saatchi Gallery - Contemporary art in London

Ahmed Al Safi - "Didò scrittore"




 

     


 

 

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