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gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


info letterarie


12 ottobre 2016

Il coraggio non trema.

Una buona, nuova, emozionante avventura.
L'avventura del cuore.
Arriviamo anche noi lassù, stavolta a portare il cibo per la mente.
(con un mio racconto)
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Ah, dimenticavo, il link per acquistare l'e-book. Tutto il ricavato andrà a Arquata del Tronto, forza comprate!
https://mreditori.it/prodotto/coraggio-non-trema/

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13 maggio 2016

Salone Internazionale del Libro di Torino.


Emoziona, si, come avere un figlio che va fuori con l’Erasmus.

E così “Marzia, calibro nove lungo” è andato a Torino, Salone Internazionale del Libro, che a pronunciarlo ti tremano gli algoritmi della tiroide. Sta lì tutto tronfio, sullo scaffale delle Edizioni Cento Autori

Mentre il seguito della Storia mi scorre dalle dita fin sulla tastiera, e a Marzia non l’ho detto, lei è una poliziotta, già essere una vicenda narrata le dava fastidio, meglio non dirle

 che le sto dando un seguito…


Il cuore di Marzia/II


“(…) Non fanno click i cellulari, emettono suoni così strani quando qualcuno ti interrompe una comunicazione, come se schiacciassi un insetto.

Lui ha fatto click, come neanche una donna fa spesso, dicono che noi siamo campionesse del mondo a spegnere in faccia i telefoni, e invece.

Ora sento lieve “Amapola, dolcissima Amapola, la sfinge del mio cuore sei tu sola./Amapola, vaghissima Amapola, la luce dei miei sogni sei per me.”

Viene da un’orchestrina che suona all’interno del ristorante, la mormoro tra le labbra sorridendo a Davide. Come sono felice! Gli stringo la mano come un’innamorata, il cameriere torna con un risotto alla pescatora e resta imbarazzato, di cosa lo saprà solo lui.

«Mamma, chi era?»

«Un amico.»

«E una non risposta, ricordi? Me lo hai insegnato tu quando mi chiedevi “Che fai” e io rispondevo: “Una cosa!”, e tu: “Davide, è una non risposta, se non vuoi rispondermi dillo, così me ne faccio una ragione!”, poi magari mi menavi.»

«Non è vero, cattivo, non ti ho mai picchiato!»

(…)


6 maggio 2016

Sdiario - Barbara Garlaschelli

Sviaggiatori tra le parole

La sirena quando sogna emette un bip.
Barbara Garlaschelli è la sirena.

Il bip forte che viene dal giurassico, dal primo grugnito riconosciuto come parola e l’ultimo come «Ehi, ci sono, parlo, scrivo e leggo!» quello è letteratura.
Lei la regina ha voluto che tanti bip facessero il viaggio all’indietro e tornassero a essere carta, bella, frusciante e sporcabile, orecchiabile (nel senso di orecchiette), cioè libro, cioè letteratura.
E lo ha fatto un libro. Un miracolo.
E noi Sviaggiatori del suo Sdiario siamo la Corte dei Miracoli.


Barbara Garlaschelli è una delle più belle penne del panorama italiano.

Ha vinto il Premio Scerbanenco, il Premio Libero Bigiaretti e il Premio Chianti, è stata finalista allo Strega nel 2010.

Un giorno ha deciso anche di raccogliere intorno a se una selezione di scrittori in un blog.

Con un racconto al giorno il web magazine ha prodotto una preziosa quantità di racconti, e la visionaria Sirena ha fatto un viaggio all’indietro editandone la prima parte in un libro.

Le parole sono state raccolte dall’etere per tornare nel loro luogo antico: la carta.

È stato già definito “Il Gronchi Rosa della Letteratura”, perché è un libro che non si vende, lo possiedono solo gli autori, cioè noi.

Però potete venire a trovarci sul sito, la porta è aperta e salite a bordo del nostro Sviaggio.

http://www.sdiario.com/



18 luglio 2015

"Marzia, calibro nove lungo"

«Ho saputo che stai per uscire…»

«No. Ehi, e come lo avresti saputo?»

«Siamo in questura, e siamo a Napoli, due elementi che fanno un melange topico, siamo investigatori per natura e pettegoli per tradizione.»

«’Nciucissi?»

«Vada per inciucissi, ma la storia quando esce? La stai portando per le lunghe Marzia!»

«Io? Sono un personaggio, il principale, ma la storia non l’ho scritta io, io al massimo so sparare e dare qualche calcio nello stomaco, neanche a piangere so’ bbona! Chiedi all’autore, Nino: chiedi!»

«Quanto sei sprucida, l’autore neanche mi pensa, cioè si perché sono uno dei personaggi principali, ma con me non parla, tu sei il suo immaginario del momento…ehi, attenta con quella borsa mi hai quasi spaccato un braccio, cos’hai dentro?»

«La pistola sce’, mica me la posso mettere sotto l’ascella come te? Ho un reggiseno quinta D!»

«E prendi una piccola Smith & Wesson, chi ti dice niente se ne porti una fuori ordinanza?»

«Sono figlia di poliziotto, figlia di stato, ho la mia Fs brigadier, calibro nove lungo.»

(Il resto lo racconto a fine agosto, perché la storia finisce con l’estate, voi fatevi le vacanze, ci vediamo i primi di settembre con Marzia, calibro nove lungo – edizioni Cento Autori )

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Nel ventitreesimo anniversario di via D'Amelio - a Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, un giudice e cinque poliziotti, tutti figli di stato.


18 maggio 2015

"Questa Scuola non è un Albergo!"

“Questa Scuola non è un Albergo!”

Non c’è più Massimo Troisi, ci avrei visto lui nella parte di Lorenzo il padre del personaggio principale del libro di Pino Imperatore, l’ultimo Troisi, quello de “Il Postino”, e chiamerei Nicola Piovani per la musica, il premio Oscar per “La Vita è Bella”, perché questo libro è già un film mentre lo leggi.
C’è il coraggio di essere romantici, c’è l’assenza di paura nel proporre una storia limpida, allegra e solare in un mondo che ha tradito tutte le aspettative di bontà.

Pino Imperatore ci riporta a scuola, ci fa ridere, sorridere, commuovere, attraverso l’io narrante di un ragazzo che sta per raggiungere la maturità culturale e fisica. L’autore sale in cattedra, non per fare il docente ma per filmare una classe dall’alto, per raccontare a noi come eravamo e ai ragazzi di oggi “come sono”.

Nessuna paura di essere banale e scontato, né di essere accusato di buonismo, il libro intercetta i desideri di generazioni di padri e figli attraverso un umorismo che non si leggeva dai tempi di Achille Campanile - e lo scrittore è legato a filo doppio al grande maestro essendo lui l’ideatore del primo e unico Laboratorio di Scrittura Comico Umoristica in Italia dedicato al grande maestro.

Una classe di un istituto alberghiero di Napoli all’ultimo anno prima della maturità, raccontata come un Vasco Pratolini d’annata de “Il Quartiere”, entrando nei conflitti umani dei ragazzi con la lèvità dell’umorista, con un filo drammatico e sotterraneo, che parte da un tredici luglio, e si conclude nello stesso giorno di anni dopo. Il lieto fine che ci si aspetta, poi arriva, Pino Imperatore fa parte del mio club: “disneyani non pentiti”.
...

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9 aprile 2015

È nata una stellina, anzi una stella.


Claudio Lolli cantava in una famosa canzone degli anni ’70: «Lo vedi siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti!». Lolli era un cantante politico e decadente, narrava della morte sociale a cui ci stava riducendo il capitalismo. Non dava speranze di rinascita né ricette di sopravvivenza.
In “Cade la terra” Carmen Pellegrino parla di altro, ma resta nel solco livido della morte e della resurrezione, dice che spesso ci sono cose vive che danno un’apparenza mortale mentre molte cose considerate prive di sostanza, narrano, rivivono negli occhi di chi sa guardarle, ma nonostante scriva di cose cadenti, di palazzi e vite franate insieme, il libro non ha un taglio decadente, entra in un territorio surreale dove la poesia interviene a suggellare tutto.

La Pellegrino scava nei luoghi abbandonati che visita con curiosità scientifica, pezzi di vita dimenticati; quella che sembra una narrazione surreale è invece un percorso letterario all’incontrario. Se la poesia è sintesi meravigliosa, un racconto in undici endecasillabe che racchiudono universi lunghissimi, il libro della Pellegrino è l’allungare la poesia in un romanzo.

Un paese immaginario, ma non tanto - perché ve n’è tanti - che frana a valle lentamente, espellendo la sua carne viva, coloro che lo hanno costruito e reso vivo con sangue, parole, respiri e anime vagolanti, e il riesumare le sue pietre, come un colpo di moviola cinematografica all’indietro.

Che bel libro, avevamo bisogno di leggere parole incastrate tra denti e cuore, avevamo bisogno di buona letteratura. Benvenuta Carmen Pellegrino, ragazza gentile.

Cade la terraCarmen PellegrinoGiunti €14.00


31 maggio 2014

Le avventure di Max Fontanarossa.

 

 

                                         

        Ridere fa bene, Bergson diceva che “Il riso castiga certi difetti pressappoco come la malattia castiga certi eccessi”. Quindi ridere è un po’ cattiveria genuina e inconscia, sempreché si rida solo degli altri, ma se si comincia con sé stessi allora è un atto di umiltà. Nei due casi, fa bene.

Inciampare in un tombino e ridere di sé è straordinario, lascia intravedere un senso sereno e ilare della vita, un ottimismo innato, io però più che ottimismo comincio a essere fesso, inciampo pure nei pali e riesco a ridere solo quando mi passa il dolore della capocciata.

Si diventa umoristi perché c’è un doppio senso interno che ci fa vedere le cose prima regolarmente, e dopo capovolte, e se capovolgi un uomo,una storia o un’automobile, nel minore dei casi sorridi: avete mai visto una 600 fiat capotata? È uno spettacolo che Woody Allen non saprebbe raccontare.

 

        Quello che ho scritto di umoristico nel tempo parte da questo mio modo di essere, ridanciano,allegro fuori (dentro ogni umorista ha angoli di tristezza immani) e politicamente scorretto.

Max Fontanarossa è la somma di tutto. Dopo aver assolto la tristezza narrando la vita e la storia drammatica di Gianmarco Bellini con “Notte in Arabia”, avevo bisogno di togliere la giacca, indossare il cappellino da baseball di traverso e andare a bussare ai citofoni per poi scappare dopo aver gridato “Tutti giù, sta andando a fuoco la casa”.

 

        È un giudice rovesciato Massimiliano Clemente dei conti mastello-Fontanarossa, detto Max. Irriverente, puttaniere, gaudente e soprattutto libero. Ha una squadra giudiziaria improbabile, composta dal buon maresciallo Fontanella e dal subdolo e simpatico brigadiere Ascanio Canillo. Gli girano intorno personaggi tra il finto e il vero, con nomi che sembrano inventati, ma spesso sono veri nome omen, come quello del medico legale Romino Malasorte, la contessa zoccola Maria Preziosa Beneamante, il segretario della procura Aspreno Vulva (è realmente esistito nel ‘600 un pittore minimo napoletano con questo nome), la moglie del maresciallo Maria Illuminata de Drio, detta Lulù, la cancelliera Astemia Nobile e altri personaggi surreali.

        La parte noir è disneyana: si indaga su omicidi dove alla fine il morto non c’è, ed è già questo un modo per essere cialtrone da parte mia.

La parte sociale è politicamente scorretta, battute sul sesso da bar Sport, ammiccamenti scurrili, gay chiamati “ricchioni” (perché non è chiamandole con eufemismi politicall correct che si rispettano le persone che hanno sensibilità diverse).

Promessa di un lieve divertimento: si, cultura - per non parlare addirittura di letteratura -: no, per carità, gli scrittori sono cosa altra, e anche gli umoristi veri dal vecchio Michele Serra, a Bergonzoni e al maestro Benni, io sono un allievo teppista e spero di crescere un giorno, il tempo c’è Camilleri lo sa bene.

                                         

Sara Palumbo, avvocato e editor – Ph Richard Mc Sundy

LE AVVENTURE DI MAX FONTANAROSSA (Storie di Donne & Delitti) –
Cover Riccardo Marassi - Impaginazione grafica Maria Rosaria Vado

Kairòs Edizioni - € 10.0 - maggio 2014 -


2 marzo 2014

Se i poeti scrivono romanzi...



I poeti sono talmente lievi che ti fanno sentire una libellula quando raccontano l’anima in quattro parole.

Voi immaginate per un momento se uno di loro – nella fattispecie una, una poetessa – voglia raccontare una storia allungandola in un romanzo.

Tutti mettono un po’ di sé nelle storie, i poeti mettono tutto sé stesso.

Cristina Bove mette la sua vita su un piatto che gira come un disco di vinile, con al centro il buco del cuore.

La levità delle parole è proporzionalmente legata al peso specifico di chi legge: il lettore sensibile entra nelle parole e diventa anche lui leggero, nonostante stia leggendo una storia di vita che potrebbe definirsi pesante. Calvino nelle “Lezioni americane” raccontò appunto l’importanza della leggerezza, e la grandezza della letteratura semplice che penetrando nelle menti riesce a rendere agili i concetti più pesanti.

Scoprì di essere, l’anima, e di non averla quando nel coma dialogò con le luci.”

Bellezze e tormenti, salti di gioia e salti nel vuoto narrati con la spatola di una pittrice che ha mangiato pane amaro, intingendo sempre la penna nel miele.

“Questa camera ha pareti tracciate a matita

il mio corpo è un disegno stilizzato

sono l’immaginaria linea di demarcazione

tra l’infinito e il letto.”

Il dolore fisico trattato come un vento forte che passerà; il dolore del cuore, dei sentimenti esposto come un lenzuolo nell’aia.

Non è una biografia, ma una dolce passeggiata in una vita. Un’esistenza da romanzo, infatti un romanzo.

Le parole hanno di bello che non è necessario stare in piedi e imbrattarsi le mani, che non si consumano colori né pennelli, che non bisogna avere forza nelle braccia per sgorbie e mazzuoli, e che si possono cavare da una tastiera, comodamente a letto.

Inoltre non finiscono mai. Attraversano le mani, premono nelle dita, spiccano nello schermo nella disposizione che avevano già nella mente. Una magia, ecco.

È Cristina Bove – Una per mille – Edizioni Smasher


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8 febbraio 2014

Storie Brillanti di Eroi Scadenti

A dicembre 2008 presentai al Maschio Angioino a Napoli la raccolta di racconti che nel corso degli anni avevo pubblicato su varie riviste, più molti inediti.
La cover fu firmata da Riccardo Marassi, il formidabile vignettista de Il Mattino, Il Messaggero e soprattutto Linus.

Gli chiesi di stilizzare uno Zek Wolf, il mitico Ezechiele Lupo dei fumetti, lui fece di più, caricaturizzò la mia faccia e firmò Marassi & Walt, in omaggio al maestro (noi ci siamo sempre considerati “disneyani non pentiti”).
Ora ne pubblicherò alcuni di quei racconti, ringraziando la gentile concessione della Edizioni Cento Autori.





L’ESERCIZIO PER IL CORDOGLIO

Ero alla Ricevitoria del Lutto quando la incontrai.Mi era morto un geranio imperiale, pianta di rara bellezza della mia serra; a lei era morto il cane. 

L’Esercizio per il Cordoglio era stata un’invenzione miracolosa: a chiunque fosse morto qualcosa, bastava pagare un biglietto per ricevere le condoglianze, bevendo un Bloody Mary. Mescolammo le nostre lacrime in una saletta per gli svenimenti. Con un ticket di cinque dollari ci rotolammo per due ore sul divanetto ululando di piacere commisto a pianto, mentre elaboravamo il lutto. Si susseguirono giorni tragici, a volte romantici, ma sempre passionali. Spesso ci davamo appuntamento nel “Piagnisteo”, una sala fantastica nel museo dell’Olocausto, dove ci si andava a commuovere sulla tragedia della Shoà. La sala era sempre vuota e discreta: a nessuno fregava più degli ebrei al forno; la gente era indirizzata più verso il cosciotto d’agnello alla Farisea. Piangevamo talmente tanto che dovevamo spogliarci dei vestiti ed aspettare un paio d’ore che si asciugassero (c’erano degli appositi fornetti), e quel tempo lo impiegavamo per parlare di anatomia, facendo pratiche ludiche per rinfrancarci e rotolandoci su dei vecchi pagliericci da gulag. Lei era sempre cordiale, tranne rare volte in cui, sfinito dal rimpianto per le tragedie che commemoravamo, io mi addormentavo sognando fiumi di zabaione. Allora lei s’infuriava. 

Una volta, mentre eravamo in visita alla camera della morte di Alcatraz, mi appisolai sulla sedia elettrica. Mi svegliai mentre Titti armeggiava con dei fili intorno ai miei testicoli, simulando un’impiccagione. Signor giudice, non so chi abbia alzato l’interruttore mentre le ficcavo i fili in gola, ma simulò perfettamente una luminaria.



Mi corre l’obbligo di una chiosa. La satira e l’umorismo spesso inciampano nel dolore, ciò non significa mancanza di rispetto, tutt’altro. I censori stiano tranquilli, la tragedia della Shoà resta indelebile, come tutte le tragedie che non hanno giorni per essere ricordate, da Sabra e Chatila, a piazza Tienanmen, passando per gli stadi cileni del 1973, e i migliaia di desaparecidos argentini, più i morti senza dolore e senza storia del mare di Lampedusa.







6 febbraio 2014

L'insostenibile leggerezza del benessere.

Ogni tanto devo passeggiare per librerie, come se salissi in montagna ad ossigenarmi.

Giro fra le copertine facendo voleé di flamenco, tornando sui passi, aprendo pagine a caso e leggendo come inzuppassi il pane nel ragù la domenica mattina – spesso il sugo è ancora aspro, o manca di quel pizzico di sale, ma i libri sono una salsa armonica e le parole spezie infilate nel corpo di un cibo che diverrà voluttà.

Quando non accade, comunque un libro nutrirà nuovi pensieri, se sei un lettore avido e ti inviterà a raccontare meglio, se a scrivere sei tu.

In fondo cos’è uno scrittore, se non un lettore che non riesce a trovare le sue parole in quelle degli altri?

Talvolta davanti ad alcuni libri succede che mi senta come in una camera iperbarica, mi ossigeno in modo forzato. Soffro di claustrofobia, respiro ma ho paura.




La sensazione l’ho avuta mentre una cover mi solleticava gli occhi con curiosità da Casalinga di Voghera, di quelle che se vedono un merletto scucito ad una gonna o una macchia di cannella su un colletto di un maschio, magari procuratosela mentre salutava un cuoco, pensano subito ad amanti improvvide.

Era per la foto di una ciambella mozzicata che somigliava in modo strano e coincidente con quella disegnata sul libro di un’amica che avevo recensito in agosto su queste pagine, Dialogo d’Amore tra un Buco e una Ciambella, di Alessia Luongo Di Giacomo.

La stranezza era che i due non solo si conoscono, ma l’autore in questione, Fausto Brizzi, le aveva anche rilasciato un gradevole commento in quarta di copertina.

In giurisprudenza, tre indizi fanno una prova, ma gli indizi sono due, il terzo poteva essere la verosimiglianza narrativa, ma non lo è stato, il libro di Fausto Brizzi - Cento giorni di felicità - Einaudi, parla d’altro. Ergo, coincidenza astrale? Boh! 

(…) Ho fatto degli errori, altri ancora ne farò, ma ho partecipato anch'io alla festa. C'ero anch'io. 

In un angolo magari, non ero il festeggiato ma c'ero. L'unico rimpianto è aver dovuto scoprire di morire per cominciare a vivere.(…)

E’ un racconto di un uomo che scopre di dover vivere gli ultimi cento giorni per un male estremo diagnosticatogli e tenta di recuperare le felicità perdute.

Quando ho parlato di mancanza d’aria era questo. Già cent’anni prima avevo letto di una morte conosciuta ad inizio libro, ma l’autore e la narrazione mi avevano trasportato in un sogno fantastico, perché Cronaca di una morte annunciata di G.G. Marquez, era un sogno annunciato, (e un capolavoro annunciato): avrei sopportato una sofferenza romantica e divina ancora?

Non credo, ma l’incipit è comunque mezzo libro, ho voluto leggerlo. Purtroppo, quando ho letto questo, l’ho posato.

(…) Il terzo giorno da non dimenticare è stato una domenica, il 14 luglio del 2013, una settimana precisa dopo il mio quarantesimo compleanno. Dovevo capire subito che si trattava di un giorno speciale perché non ci furono famosi disastri aerei a rubarmi la scena.

Era una domenica inutile e tropicale, durante la quale non successe niente degno di nota. Se escludiamo il fatto che alle 13.27 circa ho preso un bel respiro e sono morto.(…)


La famosa aria mi è mancata (famosa, come la paura di morire)

Non ce l’ho fatta a prenderlo, ho comprato una monografia di Linda Sunshine su Woody Allen e un film di Totò: “Siamo Uomini o Caporali? ”.



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Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

Arte & Artisti di Famiglia



        

Maria Chiara Di Domenico "Deserto d'oro"

          Scultura & Pittura
          
          
               
                
Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


 The Lord

The Saatchi Gallery - Contemporary art in London

Ahmed Al Safi - "Didò scrittore"




 

     


 

 

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