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gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


Diario


27 settembre 2017

Ius Soli, diritto al suolo.

Ius Soli, diritto al suolo, che già mi sembra una diminutio, perché non dovrei essere francese se non ci sono nato? O bulgaro? O ungherese, se mi piacciono i violini sfregati con sensualità?

Senza vergognarci ci siamo inventati regole che un Dio incazzoso ci farebbe ingoiare a calci.

Pensate a un uccello migratore che viene a beccare il grano dei nostri uccelli: «Tornatene in Africa passero Malefico»!

* * *

Margherita Carmen Cansino era uno straordinario mélange di sangui.

Figlia di uno spagnolo di origini napoletane, e di una mezza inglese con sangue irlandese.

Bruna di divino bruno, la fecero rossa, poi bionda, e poi Flamenco, che non è un colore, ma una passione del corpo, così come il mambo.

È stata il simbolo delle razze mescolate da Dio, e che si sa, formano bellezza.

Le razze non esistono, neppure i suoli sacri, altrimenti non avremmo un ministro con la particella o prefisso arabo e con la faccia da arabo. 

Vero ministro degli Esteri Al Fano?


21 febbraio 2016

"Marzia, calibro nove lungo"

"Un mestiere maschile, in un mondo maschile.

Una femmina tosta descritta da un uomo?
Sarebbe un ossimoro, nessun uomo è femminista, comunque: vediamo. 
Scrivere non è giocare a poker, i bluff si vedono subito."

- Brunella Baumter, editor e critico letterario -




Io neanche so come ho cominciato questa storia, intanto dovevo finirla, questa donna mi stava sempre tra tastiera e desktop, se avessi potuto toccarle il culo: nulla.
Tanto valeva finire di scriverla e lanciarla fuori dalla mia vita.






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13 aprile 2015

Quando non è tempo di parlare.

Quando non è tempo di parlare.
Oggi che non vuoi parole, che il silenzio lo compreresti.

Adesso che mi vuoi vicino come odore e calore, e luce dalla pelle, ora so che devo darti solo sguardi.

Occhi che raccontano; che brillano te che brilli.


Milano - Castello Sforzesco  1° febbraio 2015


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28 febbraio 2014

Sdraiati. (Un libro scritto sdraiato)


Mirabolante, suadente, intelligente, di una raffinatezza lessicale unica, il linguaggio di Michele Serra colpisce al cuore.

È sempre lo stesso, ma ti sorprende sempre. La sua capacità di giocare con l’italiano, come Gustav Thoeni girava intorno alle bandierine coi suoi sci in coppa del mondo, ti inebria, però i libri non sono esercizi di stile. Un libro ti deve accompagnare e raccontare sensazioni, anche angosciare con una storia, se vuole insegnarti a vivere attraverso le sconfitte di chi lo scrive diventa un saggio – in questo caso, pedagogico – e per questo ci si rivolge ai noiosi professionisti della materia.

Sdraiati, l’ultimo libro di Serra ci ha lasciato in bocca un fastidio, come quando leggi una lamentosa pagina di diario.

Lui ci aveva abituato a satire feroci ed esilaranti, dove la società italiana veniva messa al palo da divertenti scommesse dialettiche, sempre vinte.

In questo libro l’autore affronta il rapporto ancestrale che si forma tra padre e figlio rendendone una pietosa piece, non teatrale ma filodrammatica e improbabile – non è possibile che un genitore della media borghesia (borghese di sinistra, si definisce lui) possa avere un rapporto cosi slegato culturalmente dal figlio.

Non è auspicabile, né plausibile che un uomo sulla soglia dei sessant’anni oggi possa considerarsi vecchio alla stregua dei nostri genitori, se ciò accade è una questione personale sua di relazione, non può ascriverlo ad un’intera generazione.

Chi nel 2014 compie sessant’anni ne aveva venti nel ’74, aveva già votato a favore dell’aborto; aveva visto i suoi fratelli maggiori fare il ’68; aveva avuto i capelli lunghi (e spesso unti), il primo motorino, per non parlare delle canne di marijuana e del primo sesso libero.

Se considera il figlio un ameba, relativato solo al web e avulso dalla cultura straordinaria in cui navigano i ventenni di oggi, il problema è singolo di un genitore, non di una generazione che non “ha capito” i suoi figli. Chi ha sgommato con una mini 90 Cooper per andare ad un concerto dei Genesis non può essere un genitore sbagliato.

Forse è sbagliato lui, e la cosa ci dispiace.


(Fosse una questione di soldi? Il traino dell’Amaca su La Repubblica, e una edizione Feltrinelli assicurano una buona dose di royalties da usare per le vacanze 2014)


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26 febbraio 2014

Histoire de deux corps.


Luis Ricardo Falero, Wine of Tokai


Avevi detto si, lo voglio: fammelo.

La mano che spinge la mia nuca al centro del petto, sullo sterno.

A cavallo delle piccole sculture di carne con quel pistillo duro e scuro come la passione. Baciare i centimetri lenti, seguendo piano la pelle che cambia forma, s’innalza lieve ed è seno morbido; e sfiorare col naso quella cosa senza eguali in dolcezza. Cos’è un capezzolo? Perché è così bello da guardare, toccare, sentire con la punta delle dita e poi infilare in bocca? Un punto insignificante, che si alza presuntuoso: perché l’ombelico suadente non ha la stessa fortuna? No, il capezzolo è li ad aspettare carezze, a dispensare vita e piacere.

E quanto tempo nel sogno l’ho tenuto tra le labbra? Senza calcolare il tempo dovuto all’uno e all’altro: l’amore non ha misure di tempo, tanto da farli crescere come punte di frecce delle amazzoni.

Le mani nei fianchi a misurare il piacere di averli li, i tuoi fianchi, tra le mani.

Il possesso: eccolo, i tuoi fianchi stretti tra le mani, le mani che scendono, prendono quello che c’è sotto, le natiche, e le alzano, come una coppa da avvicinare alla bocca; non mi avvicino alla fonte, la bocca scivola sulle cosce, ne fa autostrade da esplorare di baci.

E quanti? In una notte dove solo la grande luna poteva essere felice oltre noi?

Quanti baci, e io serrato tra le colonne di Ercole - le tue cosce - a difesa della porta di Atlantide.

La bocca ancora ad esplorare l’angolo più acuto e remoto, quando il pube finisce.

E il tuo prendermi con le mascelle, e tirarmi su per respirare la mia bocca bagnata di te, e chiedere che l’agonia finisca, che bisogna attraversare il cuore e fondersi dentro, e la strada è facile, liquida, ma è così bello trattenersi dal percorrerla. Poi si decide di si con gli occhi, e lievi sospiri che ripetono: lo voglio, fammelo quello che mi hai scritto tante volte sul cuore, fammelo.

È una porta senza chiavi quella del Paradiso, e lui entra per camminarci e morirci, una, due, dieci, duecento, non c’è matematica dei sussulti, entra ed esce, si ferma attimi per controllare che il suo sogno sia da sveglio; e ancora, finché la stella non luccica e sussulta, e si stremi e lo affatichi di baci, urlando in un sussurro “ti amo”. E poi è libero di piangere e gioire di lacrime d’amore, come latte.

Francesco Di Domenico ©

      




Hard Rock Café Paris, novembre 2012


 




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23 ottobre 2013

Giallo napoletano.

Il primo pensiero è stato: «Stai scrivendo il secondo

Adesso le telefono.

Il secondo pensiero è stato: «Non sei Philip Roth, ne Stephen King e mi hai inchiodato a cinquecento pagine?»

Il terzo solo invidia: alla fine sarei scrittore anch’io.

“L’anatomista” di Diana Lama è un libro sulle pulsioni umane - tra giallo, thriller e orrore puro - e sulle attività della psiche quando viene sconvolta da un trauma. Ha un incipit che è tutto il libro, e ho odiato questa bella signora solo per questo: “Questa è una città che devi vedere prima di morire.

Oppure è una città che ti uccide, una volta che l’hai vista.

È una Napoli senza sole, vuota di mandolini e pizze, è la città che spesso si vive, è un meta inferno grigio, come credo sia l’inferno.

Una squadra di individui, non del tutto sani di mente, come tutti i team di cacciatori psicologici, i profiler della polizia, alla ricerca di un assassino in una città che vista dai turisti è solare, ma studiata da vicino è quella di sempre, malata, dolente e indecente. È un libro di ritorno al futuro, dove i poliziotti, per scoprire un mostro, o forse due, si affidano ai metodi antichi, annusano l’aria e leggono i resti di un morto come un libro, per evitare il secondo, o il terzo.

Un libro senza lieti fini, vivo proprio per questo, con finali continui che si susseguono in un’interminabile scia di sangue. Con intuizioni narrative fantastiche e colpi di scena che mettono in crisi anche fantasiosi travet della penna come me.

Gran bel libro. Sapremo se Diana Lama ci proporrà un sequel di questa banda di psicologi psicopatici? Mentre aspetto ho già in camera da letto altre due donne, sono i libri di amiche napoletani sul mio comodino, sono convinto che avrò un buon inverno letterario.

- “"L’Anatomista” 

-  Diana lama - Newton Compton Editori


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19 agosto 2013

Quando un Buco incontra una Ciambella.

Leggilo ti prego.
A me piace, ma io sono la sorella. Voglio saperlo da te se mi piace."

Erri De Luca dice: “Non dare mai da leggere un libro a uno scrittore”, ma il libro mi è stato consigliato dalla sorella, il concetto si diluisce e poi non sono Baricco.

“Dialogo d’amore tra un buco e una ciambella” è un libro strano, il narrare sembra post epistolare, tutto è nella forma del parlare odierno, dove il linguaggio dei post socialnetworkiani, delle mail, degli sms ha lentamente sostituito il parlato del novecento. È bellamente testimoniale di questo nuovo modo di condividersi: taggami! è il nuovo verbo del contatto.

È una storia d’amore tra cuori geografici lontani. Milano e Napoli, nonostante la globalizzazione e la velocità, sembrano allontanarsi sempre più, le culture e il loro mix lento, che fino a fine secolo si stavano ibridando, ora si staccano sempre di più. Due cuori che sembrano battere chimicamente nella stessa direzione, unendosi in un percorso come onde a riva, improvvisamente diventano cavalloni che si divaricano.

Il linguaggio è contaminato splendidamente dalla onirica visione di Bergonzoni, è sincopato come una batteria jazz, a volte duro, come è duro il rullante della batteria di Art Blakey, e si sente in sottofondo un Be-bop molto musicale.

La storia è antica, com’è antica la misoginia, anche del più dolce degli uomini; com’è antico l’interesse che i maschi infilano specularmente nell’amore: amo, ma mi conviene? E il dubbio: e se la vita fosse altro dall’amore?
Alcuni passaggi del libro sono aforismi deliziosi, come a caso: “La ragione, dittatrice spietata, non volle saperne di fantasticare.

Un libro letto in fretta. Leggere in fretta vuol dire un paio di cose: Che è corto; che vuoi prenderlo come una medicina; che la novità ti sta prendendo e vuoi arrivare in fondo per esserne convinto: la terza.

Per essere un’opera prima è ben messo, per essere il primo libro ha superato ampiamente il casello d’ingresso nella letteratura.

Se la Luongo Di Giacomo preserva il ritmo jazz, e le contaminazioni con i grandi poeti/cantanti ermetici come De Gregori, può aspirare a costruire un’opera più ampia.

Letto sotto l’ombrellone, come ho fatto io, tira su molta adrenalina, ma è un libro da divano e cognac.


Le bellissime illustrazioni impreziosiscono il libro, come se lo si leggesse in una galleria d’arte, solo lo intristiscono un po’, forse era voluto?

- Dialogo d’amore tra un Buco e una Ciambella” -

- Alessia Luongo Di Giacomo - Albatros Edizioni




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29 dicembre 2011

Agi Berta, una voce ungherese nell'Europa del Silenzio.

 

Agi Berta

 
 
Non mi occupo di politica, non più, ora farei lo scrittore, contrabbandando favole surreali, a volte per far sorridere, tante altre, per condividere parole. Ma il gioco si fa duro. Il paese dei campanelli, la dolce Ungheria è sotto il giogo di una “dittatura democratica”, uno dei rischi più gravi per la democrazia, specialmente per chi ricorda storicamente come arrivò al potere Hitler e come ci è arrivato il satrapo nostrano, la mia amica Agi Berta ha lanciato un grido di dolore dalle pagine di Facebook, copio le sue parole e condivido sul mio blog.
Agi Berta è un’intellettuale ungherese naturalizzata italiana, vive a Napoli da moltissimi anni, dove ha due figlie e due amori, il golfo partenopeo e la sua amata Ungheria. Quest’estate ha collaborato con Andrea Tarquini su  “La Repubblica”, aiutando il brillante giornalista a districarsi nell’inquietante magma politico che si sta creando in quel paese.
       
        “Mi sono sempre chiesta come è stato possibile a trasformare in pochi anni  la repubblica di Weimar in uno stato nazista. Beh la sto imparando dalla scansione delle nuove leggi introdotti in Ungheria dal primo ministro Orban. Secondo Liberation con le nuove norme elettorali introdotte in Ungheria ad Orban basterà raggiungere il 25% dei voti per farlo diventare una maggioranza di 2/3.
        L’Ungheria dunque non avrà bisogno di imbrogliare le elezioni come succede nella Russia di Putin, perché le regole stesse permettono delle pesanti falsificazioni. Gabor Schering (LMP) aveva dichiarato che la legge attualmente in vigore di fatto impedisce che i cittadini possano cambiare il governo.
        Anche il sistema di tassazione è catastrofico. In un momento di grave crisi lo stato perde 1,6 miliardi di euro perché i ricchi pagano la stessa percentuale di tasse che i poveri. Mentre i salari dei poveri, dunque la stragrande maggioranza degli ungheresi, sono pesantemente abbassati a causa delle tasse, i ricchi pagando la stessa percentuale di fatto pagano pochissimo. Poiché anche questa “ tassazione a quota unica” è legge dello stato, sarà impossibile cambiarla.
Perfino Orban aveva riconosciuto con molta compiacenza d’aver legato la mano di ogni futuro governo.
        In questa settimana inoltre è stata accettata una nuova norma parlamentare che, di fatto, impedisce i dibattiti parlamentari. Il giorno prima di Natale il parlamento ungherese aveva coniato 17 (DICIASSETTE) nuove leggi senza alcun dibattito. Ciò aveva fatto infuriare l'esigua opposizione…che è stata arrestata per aver osato protestare. E' vero, poche ore dopo sono stati tutti rilasciati - tra cui il precedente primo ministro Ferenc Gyurcsany - ma le leggi sono stati comunque accettate. E si tratta di leggi che influenzeranno pesantemente tutto il futuro della politica ungherese ovviamente in una direzione autoritaria.
        La stragrande maggioranza degli ungheresi non sa niente di queste manovre, ne degli scioperi, tanto meno dello sciopero di fame per la stampa libera di molti giornalisti, o di tante altre norme truffe introdotte perché a causa della legge bavaglio anche le tv private sono costretti ad autocensura. Solo i cittadini che leggono i pochi giornali ancora liberi sono almeno informati, ma di fatto sono sotto ricatto. Molti amici miei mi chiedono di non inserire commenti politici sulla loro bacheca. Temono licenziamenti e ritorsioni, anche solo per aver un contatto FB eversivo come me (sic!).
 
Agi Berta e Ferenc Karinthy, scrittore e novellista ungherese (1921/1992)
 
        Dopo aver imbavagliato i media, Orban aveva “riformato” anche la giustizia e ciò aveva reso possibile rivedere le condanne inflitte agli estremisti di destra dopo gli scontri del 2006. L’età pensionabile dei giudici è sceso da 70 a 62 cosi i neofascisti al governo si sono liberati dei 300 giudici di maggior prestigio e esperienza. (perdonatemi ma non mi va più di usare sinonimi soft come "bonapartisti, reazionari" sono fascisti e basta!)
 Agi Berta (anni '80)
E’ inquietante la concentrazione di potere nelle mani di Tunde Hando – amica intima della famiglia di Orban nonché moglie di un eu parlamentare fidesz – nominata per 9 anni a guidare l’ufficio nazionale degli affari di giustizia. L’unica persona che ha osato alzare la voce contro questo provvedimento è sta Andras Baka, presidente della corte suprema ed è stato immediatamente rimosso dalla sua posizione.
L’ UE tace. Certo, è presa da altri problemi ben più importanti che non la trasformazione di un paese piccolo piccolo in regime fascista. Forse si illudono che se le cose si mettono male, se lo scontro finale a cui Orban si sta preparando diventa effettivo, potrebbero "mangiarlo in un solo boccone" come fece il lupo cattivo con Cappuccetto Rosso. ma non è cosi. I bocconi avvelenati avvelenano tutti.”
God save Hungary! Per favore diffondete.
(magari dopo aver corretto gli errori ortografici)
 
Agi Berta


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30 settembre 2011

Rock Sentimentale - Patrizia Rinaldi

“Ora dico io: ma si deve essere proprio scemi a perdere pace per una che ti fa sentire un nulla, che ti fa sentire un neo bianco nella via lattea che si confonde nello sfondo. È volere bene ad un moscerino in un occhio quando vai in motorino…”

 

Patrizia Rinaldi è amica mia. C’è conflitto di interessi.
Patrizia Rinaldi è una solida scrittrice e, essendo io un autore piccolo ma comunque muratore di parole, diciamo scrittore con la cazzuola, sarei un suo collega.
C’è conflitto d’interesse.
Patrizia Rinaldi e pure bella (ma qui dove sta’ il conflitto?).
Rock sentimentale è il suo romanzo del 2011, romanzo non libro, perché quest’anno ha pubblicato Il Cavedio (Fernandel Editore), libro a quattro mani e una tenera antologia semi umoristica titolata Le felicità consumate (Cento Autori Editore).
La Rinaldi, che ha vinto una carriola di premi - ora non mi metto a elencarli, andate su Wikipedia - tra cui il Premio Elsa Morante, è convinta di aver scritto un libro per ragazzi, anche la El Edizioni ne è convinta (vi dice poco il nome El? È una storica casa editrice triestina, fin dal 1849, che essendo di proprietà Einaudi gestisce tutta la letteratura per ragazzi del colosso torinese).

 

Rock sentimentale è invece un romanzo grande e adulto. Narra un pezzo di società italiana attraverso una famiglia tipo, madre, figlio maschio, figlia femmina, padre - ghost (quasi tutti i padri sono fantasmi che aleggiano negli appartamenti). Il linguaggio adottato dalla scrittrice è impressionante talmente è preciso nella riproduzione del lessico giovanile, e se non conoscessi la sua età, direi che siamo davanti al fenomeno di una giovane promessa letteraria che ha meno di 22 anni.

 

Blanca Flaccovio Editore 2009

        Chi è il personaggio principale che non mi faccia dire “è una storia corale”? Mau, la madre, ex rock, ex giovane, ex (crede lei) bella?, con un nome che è un acronimo di Mena Assunta Umberta, sintetizzato per pudore? Con le nevrosi delle 40enni, con ancora nel sangue la Fender Telecaster e le vibrazioni di Springsteen, ma madre chioccia?

Oppure il figlio maschio Moo, così chiamato perché risponde sempre con indolenza napoletana alle richieste degli altri - “Si, mo’, adesso, mooò vengo…”? Moo che è amico/fratello di Pisolo, e che tutti e due insieme dovrebbero innamorarsi di Ludo, deabiondabellissima del liceo?
O Pisolo, che sarebbe Sergio, ma è Pisolo perché raramente è stato visto sveglio, perché lavora nella pizzeria del padre e non dorme, perché la camorra chiamata con eufemismo poetico/giovanile “Criminal”, gli fa saltare la pizzeria?
O Maria Stella? che la vorremmo tutti per figlia/sorella/fidanzata perché è tutto il positivo che una famiglia può avere - ma pure lei, oh, ne combina…
 
 
 
O è la musica il personaggio principale, l’oggetto animato, quasi soggetto, che viaggia carsico per le pagine?
È un coro greco indolente, tutte le voci della narrazione si sovrappongono e si uniscono senza preoccupazione, con uno statico determinismo, quella che definisco: “l’ineluttabilità della vita”, tutto sembra ineluttabile, come nella legge di Murphy, se deve accadere accadrà. Anche il lieto fine può accadere, come si fa a saperlo?
È un delizioso romanzo, ma via dalle categorie, facciamo scaffali da 10 a 70 anni nelle librerie e aboliamo i generi, ne guadagnerà la cultura.
Da leggere subito, magari a un tavolino da caffè, cercando di capire chi siamo noi, se la tenera e sconvolta madre Mau, o la deliziosa intelli/Maria Stella.
Siamo vecchi o giovani? O tuttinsieme?
 
ROCK SENTIMENTALE 
EL EDIZIONI
(Einaudi Ragazzi) €10.50
(Che mi sembra un prezzo ridicolo per 180 deliziose pagine)


24 ottobre 2010

Il 546 Bus per l'aldiquà.

 

 

Il 546 è il vecchio 147 rosso.
La vecchia Atan aveva una cultura apotropaica dei numeri dei bus, li faceva somigliare per onomatopeismo ai posti dove giravano e, ‘o pullmànn’ po’ camposanto, come poteva chiamarsi?
La nuova Anm ha un senso estetico del trasporto, autobus pochi per la strada, ma un’immagine high tech formidabile. Paline e pensiline di design francese, numeri indicatori da missione spaziale o da intervento di Navy Seal in Mozambico: C39, 2M, 546… Orari presunti d’arrivo sui display elettronici mai rispettati – ma se chiami il numero verde ti diranno, come se fossimo in “Star Trek”:
«Ci scusino signori, ma c’è stata una tempesta elettronica».
Il 546 parte dalla stazione metropolitana del Frullone- poco prima del Museo di Capodimonte - e, tagliando come il burro la città, scende verso il centro, passando per il vialone di Corso Amedeo di Savoia. Quella era  la passeggiata che portava i borboni verso la residenza reale. 
Poi attraversa il corpo sanguigno ed eduardiano della città: via Foria, dopo sale per la vecchia Via Nuova Del Campo - “via del Campo c’è una puttana, occhi grandi color di Foglia…” - una volta c’erano prostitute, ora si chiama via Don Bosco e sono sparite. Quindi su a Capodichino, dove c’è il ristorante “La Loggia del Paradiso”: ci vanno a fare l’ultima cena? E a destra giù, al “Nuovissimo”, il cimitero di sopra.      
 
 
 
 
Dalle sette e mezza del mattino stanno già li, gli stakanovisti del lutto, sono gli anziani.
Sembrano avviarsi per tempo, verso quella che sarà la loro ultima casa.
Quando arrivi sulla fermata, già conosci la composizione antropologica della folla in attesa.
Sai chi si lamenterà, chi cordialmente ti chiederà un’informazione.
Tutti ti hanno già guardato e soppesato con gli occhi, sei a meta strada tra un padre snaturato e un carceriere che viene a liberarli in ritardo.
I vestiti sono d’epoca. Da un po’ non si sente più la naftalina, ma il vecchio odore della “Lavanda Linetti” lo risenti, mentre la mente fa un tuffo sulla foto sbiadita del nonno che portava lo stesso vestito “Principe di Galles” a spina di pesce. Questo anziano cavaliere che sale distribuisce la sua essenza nel bus. Sarà sicuramente cavaliere, come diceva Totò: “non dubiti, la faranno cavaliere, quantomeno commendatore.
 La signora Pupetta mentre sale inveisce contro il comune che non le da’ i sacchetti della spazzatura. Le invettive contro l’astratta madre infedele, la municipalità, sono continue. Eccole, fiori in mano puntati come Kalashnikov verso il mezzo pubblico. Donne in nero.
E’ difficile stabilire se gli abiti scuri sono rappresentativi del lutto o della moda imperante.
Ma il nero di lutto lo leggi, è totale e sembra emani dolore, mentre quello della promenade domenicale è glamour, rotto da nuance di cromatismi diversi.
La vedova giovane, amputata del marito, se è la coniuge di un ammazzato di camorra, viaggia in bus, ma solo se il marito era di una cosca perdente.
Ha gli occhi bassi, e tira a se i figli, come una lupa furiosa.
 
Le vedove dei vincenti le vedi dal parabrezza, arrivano in Swift-Suzuki, con motorini roboanti da 500 cc, con le Mercedes nere 250 cl. Hanno minigonne da schianto, perizoma la cui lettura orografica è semplice perché viaggiano sotto il raso nero della gonna come cilici sensuali. Le riconosci e distingui dalla gente comune, dalle vedove glamour, perché hanno sempre un filo di pancia di troppo, poco avvezze alle diete.
L’immondizia e il traffico sono istituzionali.
La procace biondona ad ossigeno (20 volumi, nel lavandino di casa), con reggiseno di una taglia inferiore, affaccia il suo decolleté nella cabina guida e ti chiede:
«Capo, mi farebbe scendere qui? Mi gira la testa non mi sento bene»
Le  fai: «Tranquilla signora le chiamo un’ambulanza?»
E lei, facendo sulle enormi tettone il gesto di soffiarsi, dice:
«Eh, fosse solo quello…»
La gestione del caos è ordinata. I vigili con divise stazzonate ma decenti, da polizia afgana, regolano un traffico di bus semivuoti e di migliaia di macchine con anziani viaggiatori di last travel.
 I miei clienti scemano lentamente, i dibattiti sulla povera ragazza strangolata dalla cugina o dallo zio, si spengono. La tettona dal basso mi lancia uno sguardo da fuoco eterno, le sue lenzuola di raso (nero?) andrebbero riempite.
Tiro il freno a mano allo stazionamento.
Accendo una sigaretta e apro il giornale, c’è Fini che parla con D’Alema amabilmente: Mio Dio, e se si risvegliasse uno di questi morti ventennali ?
 
 
 

 

 


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Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

Arte & Artisti di Famiglia



        

Maria Chiara Di Domenico "Deserto d'oro"

          Scultura & Pittura
          
          
               
                
Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


 The Lord

The Saatchi Gallery - Contemporary art in London

Ahmed Al Safi - "Didò scrittore"




 

     


 

 

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