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gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


Diario


27 settembre 2017

Ius Soli, diritto al suolo.

Ius Soli, diritto al suolo, che già mi sembra una diminutio, perché non dovrei essere francese se non ci sono nato? O bulgaro? O ungherese, se mi piacciono i violini sfregati con sensualità?

Senza vergognarci ci siamo inventati regole che un Dio incazzoso ci farebbe ingoiare a calci.

Pensate a un uccello migratore che viene a beccare il grano dei nostri uccelli: «Tornatene in Africa passero Malefico»!

* * *

Margherita Carmen Cansino era uno straordinario mélange di sangui.

Figlia di uno spagnolo di origini napoletane, e di una mezza inglese con sangue irlandese.

Bruna di divino bruno, la fecero rossa, poi bionda, e poi Flamenco, che non è un colore, ma una passione del corpo, così come il mambo.

È stata il simbolo delle razze mescolate da Dio, e che si sa, formano bellezza.

Le razze non esistono, neppure i suoli sacri, altrimenti non avremmo un ministro con la particella o prefisso arabo e con la faccia da arabo. 

Vero ministro degli Esteri Al Fano?


18 marzo 2011

Tamarreide - Un tamarro è per sempre di Floriana Tursi.

 
Tanti anni fa girava uno slogan: “Sorridere, la violenza della non-violenza” e in questo caso è conclamato, la Tursi vi farà violenza con quest’opera. Quando la scienza diventa divertimento, è il momento di leggere Floriana Tursi, allegra scienziata del comportamento coatto.
Lei gira per le strade di Napoli analizzando il nuovo barbaro, l’uomo che contravvenendo Darwin fa il percorso all’incontrario, l’involutore della specie.
Lo fa in modo scientifico, anche se il suo taccuino trasuda sghignazzi soddisfatti, come se fosse seduta in un palchetto del teatro Trianon ad osservare l’avanspettacolo.
        In Italia l’oggetto di studi della scrittrice è definito in tanti modi, dal cafone, al coatto, allo zotico. Ma lo screanzato, il ridondante e maldestro rompiscatole, il signore assoluto dell’insolenza indolente, a Partenope è detto “Il Tamarro”.
Una volta il “cafonciello”, apparteneva al ceto basso, era povero. Per essere alla moda degli attori americani e diventare biondo, faceva lo shampoo con la candeggina. Oggi, il Tamarro oggetto di studi dell’autrice, è un quasi borghese, è il nuovo ricco. Viaggia in Porsche Cayenne, si fa le meche dal parrucchiere in, e impreca contro Maroni per la tessera del tifoso (non sapendo di averlo votato).
        Nel libro, quest’universo di anime luccicanti - raccontate con un disincanto paraculo che ci fa credere in un vero saggio - queste strane bestie sfavillanti, che ci si parano davanti ogni giorno, possono sembrare iperboli inventate dall’autrice, per chi non conosce la città, ma sono una parte considerevole dell’universo della capitale del “Regno” (spesso sono gli stessi tamarri a dire: «Marò, quanti tamarri che ci sono!»). Certo che “i Tamarri” non sono una peculiarità strettamente napoletana, probabilmente il conto è pari in tutt’Italia, solo che i figli della sirena si agitano in modo più virulento e alzano la voce di più, facendo lievitare il novero dei luoghi comuni su questa città dolente. Ricordiamo un film francese dove il vecchio zio dice al nipotino che alzava la voce: «Smettila di agitarti come un italiano!», e certe disgustose cravatte verdi ostentate in televisione, sono un esempio di tamarrismo peninsulare accertato. Ma Napoli è Napoli.
La deliziosa esegesi che l’autrice ha messo a punto è un divertimento assoluto. Una varietà infinita di categorie umane, livellatesi negli ultimi trent’anni in una rozzezza edonistica, sono sottoposte ad esame autoptico – antropologico. Il come sia riuscita a penetrare con un bisturi dentro la carne viva dei figli dell’antico tamarro Masaniello, resta un piacevole mistero. Le forme della stupidità ostentata come ideologia da questo ceto neo-moderno fanno pensare all’uovo di Colombo, diamine! tutti abbiamo sotto gli occhi questa gente, ogni giorno, come mai non abbiamo pensato di raccontarla? Bhè, ci ha pensato Floriana Tursi.

 

Boopen-led editore euro 10


8 maggio 2010

La Forza dei Ricordi - Alessandra Iannone

 

                                                                                                                         

 

Chi pensava che lo sperimentalismo, che dagli anni ’60 in poi, cumulato al linguaggio della cibernetica, del web, dell’evoluzionismo sintetico, avesse potuto uccidere la vecchia narrazione trova in questo libro una piacevole battuta d’arresto.
Ne “La Forza dei Ricordi” Alessandra Iannone racconta.
Indossa una veste d’organza a fiori, diventa sua nonna e, racconta.
Narra una vicenda a cavallo tra gli anni ’30 e ’40, personalissima ma universale perché simile a tante altre, in quel tempo in cui Dio vide i suoi figli tornare bestie, nella II guerra mondiale.
È una storia d’amore, che racconta un amore.
L’amore di una ragazza per sua nonna. Il ritorno ai primordi della letteratura, “Siediti – le dice la nonna – ti racconto una storia”, e comincia così a narrarle del suo drammatico, limpido, primo ed unico amore.
Sembra un romanzo ma è una storia vera, come tutti i romanzi che, o si sono avverati o lo faranno. Il linguaggio non avrebbe potuto essere diverso. L’amore, vero conflitto d’interesse tra nonna e nipote, riesce ad annullare la scrittrice, facendo diventare l’ava l’autentica autrice. Non facile.
Il racconto è una pagina delle migliaia di storie di quel periodo.
Le tragiche divisioni dei corpi dai sentimenti, che resero ancora più atroce quella guerra; gli amori divisi e i cuori spaccati a metà con l’accetta del dovere.
Un ragazzo che torna dal nord Italia alla sua città d’origine in visita a parenti.
Una ragazza che aspetta un amore da incontrare, girovagando con gli occhi.
Gli occhi che s’incontrano sono loro ad innamorarsi, in quegli anni dove solo gli occhi si potevano “toccare”.
Il racconto di Giugliano in Campania, solida città rurale, ruvida realtà dove l’ordine di una moralità codificata ed ottocentesca mette svariati cancelli davanti ad un sentimento limpidissimo.
Un epistolario intenso e bello, quando l’amore era un francobollo incollato su di una busta.
Le pagine s’inerpicano tra angosce e felicità improvvise, fino all’epilogo…
Ottima prova nell’opera prima di questa giovane avvocato.
La sua prima lettera Alessandra Iannone la ricevette appena nata dal sottoscritto, era un telegramma che recitava: “Benvenuta!”
Ho pronto un’altra missiva, stavolta sarà un e-mail: Benvenuta collega!”
 
                                      


30 gennaio 2010

Gianmarco Bellini, l'ultimo eroe.

                                                        

 

Era l’inverno del 2006, con Gianmarco Bellini si sghignazzava davanti al racconto dei miei bislacchi personaggi umoristici: “Il partigiano Orazio”, figlio di uno che vendeva costituzioni false; “Amedeo”, il pretino che faceva ricettazione di oggetti rubati per costruire una chiesa. Bicchieri di vino buono e ricordi della sua Crosare di Pressana, quel posto “conservato da Dio”, dove era nato su a Verona e da dove era partito per l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli.
Poi il vino da’ pulsioni strane: si passò a parlare di quella “Notte in Arabia”, e di quello stramaledetto proiettile della Shilka Szu-23-4 la postazione mobile irachena e di quel baffuto, povero soldato, che non immaginava di buttare giù una favola da 30 milioni di dollari, il “Tornado” di Bellini & Cocciolone, come per anni fu chiamato.
Gianmarco, mentre ricordava uno dei pochi articoli onesti e seri del tempo, scritto dalla brava Maria Grazia Cutuli su “Epoca”, mi chiese: “La scriveresti quella storia”.
Fu il vino, si il vino e una splendida forma di pecorino, che si assottigliava sotto i nostri occhi, a farmi accettare. Tre anni di guerra continua con la tastiera del pc.
La mente ha volato per tre anni su quel Tornado. Ho pianto nel raccontare i 47 giorni - molti dei quali ad Abu-Ghraib – al freddo e alla fame, senza scarpe; la sabbia negli occhi della base di Al-Dafra, negli emirati; la partenza maledetta della prima squadriglia di attacco aereo di guerra italiano, dopo la II guerra mondiale, dove il primo aereo si spegne e il secondo resta col carrello fuori pochi km dopo il decollo: c’era una divina conventio ad escludendum quella notte, poi, dopo l’ennesima revisione, ho detto: basta!
Ora il libro è in lettura presso diverse case editrici italiane.
Spero possiate leggerlo al più presto, la storia è umana, è la storia personale di Gianmarco Bellini e di quella “Notte in Arabia”.
Nel mentre, ve ne passo una pagina.
 
" Ore 01.30
 Si sale a bordo,
 guardo negli occhi Gargiulo, più che altro i nostri occhi si incontrano come i fari di due macchine che viaggiano opposte su una strada. Auto sicure di essere tutt’e due in riga con la linea di mezzeria della carreggiata, i loro fari si scambiano un saluto veloce, intimidatorio: mi hai visto? Ti ho visto! Non mi vieni addosso? Non ti vengo addosso, e neanche tu lo farai!Uno sguardo di pochi secondi, due macchine fotografiche che scattano all’unisono: “... l’ultima cosa che avrei ricordato di quel 18 gennaio ‘91 sarebbe stata la faccia di cuoio del capo velivolo...”.
Mi assesto sul sedile, la poltrona di casa mia. Mi sento bene.
I muscoli del collo sono rilassati dalla corsa del mattino: la macchina del mio corpo è in perfetto stato. Ho 33 anni e penso che sia l’età migliore per convolare a nozze con la storia, potrò dire io c’ero, o diranno “lui” c’era, questo adesso non lo so e non lo penso neanche, è questo uno dei pochi momenti in cui non esiste dentro di me un’elaborazione logica diversa, un pensiero che esuli dai compiti a cui la “mia” macchina mi sottopone.
 Si cominciano le verifiche degli apparati, quasi quaranta minuti al rullaggio, può sembrare un’eternità. In quaranta minuti si può leggere mezzo romanzo, volare da Verona a Milano, guardare il primo tempo di una partita, sorseggiare un caffé all’ Harry’s Bar guardando verso il mare, fare decentemente l’amore, l’amore...e chiedere alla luna tagliente e araba di autosospendersi, di pararsi dietro una tenda, e dopo un po’ lo fa, perché le nuvole arrivano precise a coprirla, come programmato dai meteorologi di guerra o da qualche Dio compiacente.
Spesso mi torna in mente quella ragazza napoletana che alla fine di un nostro breve rapporto mi disse, con un po’ di cattiveria:
-“Fai l’amore come un aereo che decolla! Cosa dovevo aspettarmi da te?”
Stetti male per un pezzo, mi vergognai anche un po’. Non credevo di averle mancato di rispetto, poi quando si è giovani può capitare; peccato che le storie d’amore non riescano mai a finire con un sipario che si chiude tra gli applausi."


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3 gennaio 2010

Botteghe Oscure Addio - Miriam Mafai 1996

 

 
 
 
Bisogna rileggerli i libri, specialmente quelli che raccontano la memoria, quella che diventa storia, quella che ci aiuta a sopportare il nostro tempo cattivo, perché, come diceva Brecht: Di nulla sia detto: è naturale / in questo tempo di anarchia e di sangue / di ordinario disordine / di meditato arbitrio / di umanità disumanata. / Così che nulla valga come cosa immutabile...
        Io ho riletto questo crudo e sereno racconto di Miriam Mafai scritto nel ’96, all’indomani della decisione di vendere il palazzone simbolo del vecchio Pci.
La Mafai oltre ad essere giornalista tosta – è stata tra i fondatori de “La Repubblica – qui rivela doti di piacevole raccontatrice, ma quello che più conta, visto che racconta dall’interno del corpo ancora caldo del Pci morente, è la sua capacità di dire tutta la verità, nient’altro che essa.
Nonostante il suo coinvolgimento emotivo, visto che di quel corpo lei è stata per una vita intera cellula pulsante ed organica, vivendo – tra l’altro – accanto ad uno dei padri di quel Pci, (Giancarlo Pajetta), è riuscita a parlarne a vol d’oiseau, quasi planando come osservatrice disincantata. Racconta l’Italia del Pci, cos’era, come si trasformava e quali erano i limiti e le debolezze del più grande partito comunista del mondo occidentale, quello che arrivò quasi a governare col 35 % dei voti.
È un libro che consiglierei ai giovani, è un libro da far rileggere a chi non l’ha letto con attenzione. È un libro da regalare al grande condottiero di cartapesta, quello che crede ancora che i comunisti esistano perché, come disse Totò: “Ve lo dovete togliere dalla testa, quelle case lì le hanno chiuse!”
 
Si trova, ormai, solo on-line, nell’edizione economica Mondadori € 8.00

 


19 dicembre 2009

"Aggiungi un Porco a Favola"

                                                                                        

 

 

Non toccherebbe a me fare la recensione di un’antologia dove sono presente con un racconto, ci sarebbe un palese “conflitto d’interessi”.
Maledizione! La rivoluzione culturale prodotta dal web e dalla comunicazione a tutto campo, ha permesso a termini come questo di entrare nel linguaggio comune.
L’altro giorno ho detto al mio portiere:
«Emilio, l’ascensore non funziona, ma quel tuo cugino così bravo, non potrebbe aggiustarlo in fretta?»
«No, Prufessò, mi dicono che c’è conflitto d’interesse, con mio cugino. Però questa cosa non è poi tanto cattiva, stanotte, dopo che avevo preso lo stipendio, mia moglie, quella megera, faceva la smorfiosa nel letto, le ho detto “Titina, fatti in là, niente sesso: c’è conflitto d’interesse”, e così me la sono scansata pure stavolta.»
 
Ma io non voglio recensire il libro, pretendo che lo compriate. È una ennesima scommessa di un duo favoloso che a Napoli, negli ultimi 10 anni, ha messo su un movimento umoristico che potremmo definire epocale. L’intuizione del Laboratorio di scrittura comica Achille Campanile, arrivato quest’anno al IX corso, ha prodotto fior di scrittori, alcuni dei quali volati verso altre categorie letterarie, come il prezioso Maurizio de Giovanni, autore ormai affermato di Fandango e Einaudi, e candidato per il II anno consecutivo al Premio Scerbanenco.
La pubblicazione, curata dai due promotori del Laboratorio, Eddi Bellini e Pino imperatore, raccoglie 36 autori, non solo napoletani, tra cui moltissimi vincitori del Premio Troisi.
 
“Aggiungi un porco a favola”   Edizioni Cento Autori    € 13.00
 
È una gustosa rivisitazione delle favole classiche. Agli autori invitati è stato dato un compitino che poteva sembrare semplice semplice, riscrivere le favole dal cui titolo era stata sostituita una lettera. Proibitivo ai più, snervante per gente che non ha il sorriso come professione, ma dal risultato sorprendente quando in campo ci sono i  joueurs delle parole.


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20 ottobre 2009

Quando Il Mattino faceva tendenza e faceva ridere.

               


La bellissima testata con i nomi della redazione al completo (io ho una sola fortuna, di avere un nome lunghissimo).





Nell’autunno di ventidue anni fa, sull’onda emozionale dei tanti inserti satirici già presenti in alcuni giornali italiani, nasceva Ragù l’inserto satirico de Il Mattino.

C’erano in giro già dei formidabili inserti, da “Tango” di Stàino su L’Unità a “Satyricon” su La Repubblica. Nacque per condiscendenza bonaria dell’allora ferreo direttore Pasquale Nonno, uno degli ultimi grandi direttori del giornale. Nonno veniva dalla Rai, quella che sfornava fior di giornalisti e faceva parte di quel gruppo che aveva contribuito alla nascita del nuovo Tg1.

L’inserto fu fortemente voluto da una redazione di giovani giornalisti come vacanza umoristica dal quotidiano lavoro di cronista, ebbe un discreto successo e fu caposcuola a Napoli di umorismo e ironia non legato all’immagine partenopea di “pizza e mandolino”.

Una satira forte, ma non dura come quella degli altri inserti nazionali ( se pensiamo alla trucida battuta di “Cuore”, la rivista di Michele Serra, che nel L’Unità prese il posto di Tango: “Aiuta l’inps, uccidi un pensionato!”)

Ragù fu una grande fucina intellettuale, leggendo i nomi della redazione di allora si ritrovano soggetti che oggi sono al top del giornalismo partenopeo, come Francesco Durante del “Corriere del Mezzogiorno”, Edoardo Santelia dell’ attuale Tg3, Cicelyn, Michele Buonuomo (che si firmava Mike Gotman ) l’allora esordiente vignettista Riccardo Marassi, che proveniva dalla redazione napoletana di Paese Sera (storico giornale della sinistra di proprietà del Pci che chiuse dopo poco tempo per fallimento) e che sarebbe diventato uno dei primi vignettisti italiani.

Ragù usciva il sabato come inserto de Il Mattino, per non accavallarsi con l’uscita di Satyricon la domenica su repubblica, e Tango il lunedì su l’unità.

 
Un pescatore di frodo arpiona un anguilla nelle vasche del Banco di Napoli, è l'8 gennaio 1988

Alcune pagine furono memorabili, come quella del dopo natale 87 sui capitoni nelle vasche del Banco di Napoli. Era stata da poco ristrutturata la storica sede del Banco napoli in via Roma/via Toledo e in città c’era un grosso dibattito tra i favorevoli e i contrari sulle vasche realizzate nello spazio prospiciente la sede dall’architetto Nicola Pagliara, dopo poco tempo dall’inaugurazione, proprio durante il periodo natalizio, alcuni buontemponi (ma si sospettò che fossero stati i goliardici redattori di Ragù) butto nelle vasche alcune grosse anguille, le foto uscirono su Ragù suscitando reazioni contrastanti, ma grosse risate. Pezzo forte fu anche una pagina su i Rom che venivano spostati da città in città - con, tra l’altro, un mio preveggente e non sospetto“falso d’autore” sull’allora Prefetto della Congregazione per la Fede.


    Uno dei miei falsi preferiti: Santità mi perdoni, avevo la vista corta!


Ragù morì. La sua chiusura fu decretata dai primi segnali di una globalizzazione imminente, Pasquale Nonno decise che col gioco del“Bingo” si vendevano più copie.

Non sapremo mai se fu più giusto così, se potesse essere stata anche la “stanchezza creativa a decretarne dopo pochi mesi la fine.

Michele Serra alla chiusura del mitico “Cuore” affermò che “le riviste satiriche sono come lo yogurt, hanno la scadenza sull’etichetta già quando nascono”.

Forse Ragù non aveva ancora fermentato bene, visto la grande messe di cervelli che lo abitavano, ma questo non lo sapremo mai!

Dispiace che tra i tanti che vi collaborarono, oggi soggetti autorevolissimi, abbia dovuto essere io, a ricordare una bella pagina dell’editoria napoletana: se pigliassero scuorno?

Nessuna ragazzina ci chiamò «Papi» in redazione e, non ci metterei la mano sul fuoco, nessuno mai indossò calze turchesi di sabato (la domenica con Maradona erano obbligatorie).


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Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

Arte & Artisti di Famiglia



        

Maria Chiara Di Domenico "Deserto d'oro"

          Scultura & Pittura
          
          
               
                
Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


 The Lord

The Saatchi Gallery - Contemporary art in London

Ahmed Al Safi - "Didò scrittore"




 

     


 

 

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