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gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


Diario


26 settembre 2020

Tempi duri ai Colli Eritrei

Tempi duri ai Colli Eritrei

Le disgrazie, una tira l’altra. Poi bisognerebbe stabilire se fu disgrazia vera la morte di donna Ermenia Trabucco in Davanzale.

Non raccontiamo frottole: la signora Ermenia aveva impalmato proprio un Davanzale, nella figura del ragionier Eristo Davanzale, detto Peppino. Donna Ermenia, detta Mené, in vita era una donna di una bruttezza brutale, simile al lato b di un disco singolo di Pupo - fu paragonata anche ad un monolocale del Giambellino, dove era vissuto da giovane Giorgio Gaber, ma dopo la ristrutturazione divenne difficile attuare il paragone. Aveva sul viso, che semplifichiamo per formalità estetica non volendolo definire grugno, un’espressione che la faceva somigliare ad un quadro di Fontana quando colpiva le tele con il coltello a lama greve.

Aveva incontrato il rag. Eristo durante il deragliamento del treno Frosinone/Cassino, quando il macchinista di I classe Eufrate Turgido di Montalban, di lontane origini andaluse, per recuperare il ritardo aveva deviato il convoglio su una vecchia rotaia a scartamento ridotto di un sentiero della località Strangolagalli. Lo scartamento era talmente ridotto che le rotaie finivano nel fiume Liri.

Vista da sotto, la giovane Ermenia, risultava gradevole e alquanto attraente: insomma: allupante (sarebbe un termine volgare, ma mettiamoci nei panni di un ventenne ragioniere astemio di sesso, la cui conoscenza di cosce femminili si fermava a quelle viste di sfuggita dalla madre, mentre lo espelleva in malo modo dal ventre). Essì perché il Davanzale conobbe così la Trabucco, mentre era a testa in giù nel fiume, vomitata precipuamente dalla carrozza deragliata ( i treni non hanno un’anima, ma forse quel convoglio si, il Vaticano ha ancora un’inchiesta aperta).

Accorso con la lingua penzoloni e afferrata la giovane Mené per i fianchi, mentre la tirava a sé per evitarne l’annegamento, il povero Eristo si era trovato in una posizione alquanto equivoca, tanto da ingenerare sospetti e gridolini.

Il macchinista, con lo sguardo complice gli aveva sussurrato mellifluo: «Complimenti giovanotto: me la lascia salvare un po’ anche a mé?».

Una anziana maîtresse lasciva: «Mi salvi, non se ne pentirà.» Subito recuperata dal fuochista e portata ad asciugare in caldaia.

Alcune suore dell’Ordine della Castità Repressa, con la madre badessa francese, quasi in coro: «Oh, che azione santa! »

Un fornaio scissionista, espulso dall’Ordine dei Panettieri Ciociari perché sfornava baguette lussuriose a forma fallica, declamò dal Decamerone: « È meglio fare e pentere, che starsi e pentersi. (III giornata, novella V) Giovanotto, serve una mano? ».

La moglie di un soldato mutilato, saltato in aria su un bidet minato: «Vedi Filonzo, che gesto gentile salvarla da dietro?» - mentre l’eroe le rispondeva, in milanese aulico - «Ma va’ a cagare, Filomena!»

Un ispettore ferroviario del distretto 91, prontamente accorso a cavallo di una mula albina: «La ferrovia dello stato la ringrazia giovanotto, ma lasci fare a noi certi lavori », tentando di strappargli il sedere della bencapitata dalle mani, e, respinto, comunque palpeggiandolo, per dovere professionale, visto che doveva stilare un rapporto *.

(* Il rapporto informativo dell’ispettore sarebbe stato successivamente sottoposto a censura per eccesso erotico nella deposizione e secretato, mentre il funzionario deposto fu rinchiuso in un manicomio per maniaci sessuali).

Tirata fuori dal greto la giovenca muliebre, il futuro marito la guardò in volto e ne rimase scosso, la differenza tra il lato inferiore della donna e la sua parte alta era pari alla differenza tra Tina Pica e Sofia nei film di De Sica.

Ma Eristo, lo dicevamo prima, aveva ricevuto un’ impressione fulminante. Conoscere una donna dal lato basso da un imprinting duraturo e viscerale - è un po’ come i coccodrilli che schiudono le uova nel nido di un gabbiano, amano i loro fratellini acquisiti finchè non gli crescono i denti, poi li mangiano crescendo, ma è un dettaglio (sarà per questo motivo che i gabbianotti imparano a volare presto).

Fu così che, appena respirò, donna Ermenia, trovandosi già bocca a bocca con l’Eristo, lo baciò così appassionatamente che gli amputò le tonsille: poco male, il giovane soffriva di mal di gola cronico.
Il matrimonio avvenne in modo rapido, come le deportazioni per Auschwitz, Eristo si trovò in una millecento nera, come Primo levi nel vagone piombato. Sul lunotto posteriore della macchina matrimoniale al vedere la scritta “Uniti per sempre”, il Davanzale si grattò le gonadi con fare silenzioso (d’altronde, sempreché non si abbiano sonagli tra le palle, il silenzio in queste pratiche è sottinteso), la neo sposa gli mollò il primo ceffone che gli fece sputare due denti, di cui uno cariato e l’altro spuntatosi durante il pranzo nuziale nell’addentare una torta guarnita con noci finte di granito.

Nacque una convivenza armata di pazienza e di coltelli da cucina che il buon ragioniere teneva sotto il cuscino, non per fini reconditi e malsani, ma perché sovente, svegliandosi per incubi e dimenticando di aver condiviso la vita con Quasimoda, la sorella del gobbo di Notre Dame, le si avventava contro inconsciamente, subendo la - più che reazione infastidita - rappresaglia della donna, che lo colpiva sugli occhi con un matterello da notte.

Negli anni, Peppino, cosìdetto dalla signora Mené, perché a suo dire somigliava ad un ballerino cieco che lei aveva amato anzitempo, riamata e che aveva avuto il privilegio della deflorazione primigenia, (pratica a cui credeva di aver assolto l’Eristo la notte del deragliamento, non sapendo di aver solamente sfondato un lenzuolo di tela grezza frappostosi come diaframma all’urto amoroso) si costrinse, suo malgrado, a dormire a piè di letto, posizionandosi tra le estremità callose della consorte.

L’ubicazione gli giovò alquanto, perché riusciva ad assolvere alle copule, richieste copiose dalla donna - che somigliava in modo sputato al “Ritratto di donna che piange” di Picasso -, partendo dalla morfologia insulare.

Il dormire nelle vicinanze dei piedi della donna (donna? Insomma increspatura fenomenale nella teoria evolutiva di Darwin), gli fece acquisire una capacità olfattiva notevole, per cui spesso veniva incaricato dai produttori di formaggio di fossa di scovare forme di pecorino dimenticate. Fu lui lo scopritore di una forma di formaggio fossile di Ravenna che viene usata nella combustione degli Shuttle e grattugiata da Calderoli sugli spaghetti con le cotiche.

La vita fu una routine un po’ triste, per fortuna non ebbero figli. Il mondo avrebbe potuto assistere ad un evento drammatico, sia che somigliassero al padre, imbecille certificato (il Dna non era stato ancora scoperto, ma le analisi del sangue all’Eristo stabilivano una quantità enorme di globuli grigi, che, come universalmente riconosciuto sono la prova evidente che uno è cretino, certificato dal fatto che la stessa quantità fu scoperta la prima volta nel sangue di un tassista che aveva riportato indietro una borsa smarrita con 50.000 dollari), sia che somigliassero alla madre, nel qual caso gli infanti sarebbero stati rinchiusi nell’area 51 nel deserto del Nevada, insieme alle registrazioni delle prime puntate degli show di Umberto Smaila.

Non peccheremo di lesa maestà divina se immaginiamo la scena svoltasi ai piani alti del creato:

San Pietro: «Altissimo, ci sono due esseri umani in attesa di autorizzazione, sono cresciuti e vogliono moltiplicarsi.»

Lui: «Quei due laggiù? Ma chi li ha creati?»

San Pietro: «Emh…tu Signore.»

Egli: « Coosa? Questa schifezza è opera tua Sanpie’, non rinnegare!»

San Pietro: «Effettivamente…quando ci arrivò la richiesta, voi Altissimo stavate dormendo.»

Ello: «Io non dormo, scellerato Sanpietrino, forse riposavo…»

San Pietro: «Insomma, Signore, qua dobbiamo decidere, quello l’Eristo sta facendo uno sforzo non indifferente e trapana ad occhi chiusi, se dovesse riuscire nell’…inseminazione? Questi si moltiplicano, d’altro canto le direttive le ha date vostro figlio…crescete, moltiplicatevi…»
Esso: «Effettivamente…lo statuto parla chiaro, mio figlio però, l’avevo mandato giù per dare la buona novella, mica per fare l’insegnante di matematica? È già tornato da laggiù?»

San Pietro: «Si, è risorto, saranno quasi duemila anni.»

Quello: «Umh, che guaio! Quello il ragazzo è fiscale, cerca di mandarlo in giro a fare due miracoli, chessò, gli fai fare lo scrutatore a Milano il giorno delle elezioni, tu intanto blocca tutto laggiù, magari allo stolto gli fai sbagliare orifizio, così lo puniamo pure.»

E fu così che il consorte, ad occhi chiusi, infilò una strada diversa e leggermente impraticabile, convincendosi della castità pregressa di donna Mené. I bambini non arrivarono mai, anche se la moglie, avendo delle gravidanze nervose, per quindici anni gli cucinò pappine alla carota e tentava di farsi succhiare il latte dalle tette.

È difficile comprendere i motivi che portano un individuo a compiere gesti di autoannientamento così estremi, come sposare una femmina che aveva le fattezze di una scimmia Bonobo del Congo (I primati congolesi Bonobo, condividono il 97% del patrimonio genetico con l’uomo, e donna Ermenia, da analisi fatte dal suo medico - un veterinario da cui si faceva visitare per risparmiare - risultò compatibile al 100 % con le scimmie, faccia compresa). Spesso tutto nasce dalla cultura della famiglia di provenienza e Eristo era figlio di una generazione di cretini. Suo padre, Quinto Davanzale, era il quinto figlio di Modestino Davanzale, un uomo umile e senza fantasia che nominò i suoi figli Primo, Secondo, Terzino, Maria Quarta, e lui Quinto.

Ad onor del vero, bisogna dire che suo nonno, per la figlia femmina aveva, con uno scarto progettuale inusitato, deciso il nome Maria, ma l’ufficiale d’anagrafe, un suo cugino di un ceppo ancora più stupido, gli aveva chiesto: «La chiamiamo Quarta?», lui mezzo sordo, aveva risposto: «Si, Maria è la quarta!» e l’impiegato aveva ribattuto: «Vabbè, Modestì, meglio semplificare». Se non avesse sintetizzato la poveretta si sarebbe chiamata Maria È La Quarta Davanzale.

La stoltezza di nonno Modestino si tramutò in tragedia dinastica, quando con eccedente ed eccessivo eccesso di zelo impedì alla figlia Maria Quarta di sposare Empedocle Finestra, un giovane elettricista metodista.

La motivazione ufficiale fu la religione: non sapeva che metodo usassero. Ma la verità fu che il capostipite dei Davanzali non avrebbe sopportato un annuncio tipo: “Finestra & Davanzale, oggi sposi”.

L’elettricista, disperato, emigrò in America e cambiò nome e cognome. Empedocle, nome brutto come il cancello di un canile, divenne Bill e finestra diventò “Porta”. Successivamente, suo nipote approfondì gli studi di elettricista e si mise a costruire sistemi per computer, traslando il suo nome nell’inglese Gate. Se non ci fossero stati degli stupidi, oggi staremmo raccontando tutto ciò con la penna, e potremmo dirvi di quando il nonno impedì a Primo di sposare una ragazza di nome Bic…ma questa è un’altra storia.

(Dimenticavamo, Bill, in memoria dell’antico nome del nonno chiamò il sistema Windows)

Eristo, cretino dinastico com’era ma dinamico, cominciò comunque a comprendere che non bisognava contravvenire al comandamento nuziale del “Finché morti non vi separi” con un divorzio, gli sarebbero stati fatali, non gli strali divini, ma le randellate che sòra Menè gli avrebbe ammollato. È così cominciò a progettare un piano di fuga, una via indolore, visto che, se era vero che le scimmie Bonobo erano in estinzione, questo non valeva per la sòra Mené che era risultata molto coriacea e resistente anche quando lui per errore le aveva servito del cloro puro al posto dell’acqua minerale e che le aveva

prodotto solo una deiezione candida e luminosa che lei aborriva e, citando Malcolm X, la si sentiva spesso in bagno sentenziare: «Stronzo bianco, Dio ti punirà!»

I coniugi Trabucco Davanzale viaggiarono molto.

Bisogna dire che il rag. Eristo, spulciando tra le statistiche scoprì che i viaggi erano sempre molto rischiosi, e che un buon 10 per cento dei turisti non tornava a casa. Un 5 % moriva di dissenteria acrobatica (fare cacca nella toilette di un aeroporto senza toccare il water è una pratica ammessa ultimamente anche alle olimpiadi), un 3 % decedeva nei villaggi vacanze durante le animazioni e i giochi di società (Il tribunale dell’Aja ha aperto dodici procedimenti verso tour operator per crimini contro l’umanità. Recentemente un bagnino di Rimini è stato condannato a sei mesi di permanenza nell’atollo di Mururoa).

Il restante 2 % moriva a New York frantumandosi il naso mentre camminava guardando in alto, e sbattendo con la faccia contro i tabelloni pubblicitari di Times Square.

In un solo caso la morte di un turista genovese fu provocata da un tassista che lo investì a marcia indietro dopo che questi gli aveva rifilato due bottoni a forma di dollaro per mancia. Il tribunale di Manhattan successivamente assolse l’autista perché i bottoni erano di un Levi’s taroccato. Ragion per cui, appena possibile l’Eristo prenotava viaggi per dovunque, cercando di spedircela da sola la coniuga, non sempre ci riusciva ed era costretto ad accompagnarla. Una volta però fu capace di imbarcarla come bagaglio di stiva su un volo per l’Australia: durante lo scalo a Dubai successe di tutto, la compagnia aerea degli emirati non l’accettava neanche col Burka, sostenendo che dalla sindone s’intravvedevano le fattezze e che una volta, una cammella gravida, alla vista di una donna meno brutta dell’ Ermenia, abortì tre dei suoi quattro cuccioli, il quarto nato vivo divenne un dromedario e disconoscendo la madre, tentò di succhiare latte da una hostess yemenita. All’arrivo negli emirati, il Davanzale si disperse tra i grattacieli, con turbante e tunica (sollevando la tunica a mò d’impermeabile ogni tanto nei giardini pubblici), e vivendo due settimane di libertà inimmaginabili, mentre il volo proseguiva per Perth in Oceania.

Le autorità australiane, alla scoperta della donna nella stiva, la scambiarono per un danzatore turco di origine armena e la rimpatriarono in Marocco, onde evitare ritorsioni dagli ottomani. Lei riuscì a salire su un canotto di profughi, senza pagare neanche gli scafisti, offrendosi nature. I due contrabbandieri nefasti, appena sbarcati a Lampedusa si fecero arrestare per disperazione, rivelando pure il nascondiglio di un cugino gay di Gheddafi.

In un altro viaggio, durante una traversata atlantica, a bordo della nave da crociera “Tullia Quarto Pompino”, la nostra eroina fu scoperta in cabina mentre friggeva zucchini per marinarli alla scapece, con aceto e origano. La signora Trabucco in Davanzale non amava la cucina del ristorante, o forse non sapeva che i pranzi erano compresi nel prezzo della crociera. La puzza attivò un reparto di Navy Seal che irruppe in cabina, tramortendo di botte il povero Eristo. Donna Mené rispose al fuoco con una casseruola di peperoni a gratin, imbottiti di capperi e polpette di tacchino allevato nelle acciaierie di Tonchino.

I ragazzi, alcuni reduci da Abbottabad, altri provenienti da un provino della rivista musicale “Fame - Saranno famosi”, non erano perfettamente lucidi.

Una cinquina fu tramortita dal gas degli zucchini, un sesto, Antony Mc Tyner Quagliarulo, originario di casal di Principe (dove aveva fatto i primi allenamenti con casalesi e albanesi) prese a masticare un peperone e restò strozzato, gli altri quattro, aiutati dal marito che era rinvenuto, legarono la donna con un canapo da rimorchiatore, coprendole successivamente il volto con una bandiera irachena. Accertata la non nocività degli zucchini, le forze speciali andarono via con un elicottero trascinando con loro la barella di Mc Tyner Quagliarulo, poi allontanatisi dalla nave fecero brillare i peperoni in alto mare, che provocarono un’onda alta due metri e la gastrite a molti pesci.

La trabucco era anche una donna molto gelosa, ma lo faceva per senso di possesso, era gelosa anche della sua friggitrice e a volte non sapeva se picchiare la friggitrice e cambiar l’olio al marito o viceversa.

Non che il cavalier Davanzale fosse un uomo attraente, tutt’altro. Una questione di simbiosi. Fino alla scoperta del fossile infilato con la testa nella rena di quel ruscello, che aveva dalla parte del deretano una forma di donna, e di cui allupato s’innamorò, il nostro era un uomo decente. Eristo era poco più alto di un ministro veneto ma il viso, durante il menage coniugale, era andato via via modificandosi nel corso degli anni assomigliando sempre di più a un sedere di un capo indiano Apache novantenne. Nonostante ciò la Ermenia era gelosa.

Una volta, scopertolo a dialogare con la portiera del palazzo, che era più simile ad una portiera di una Wolkswagen che ad una donna (la custode d’estate però aveva l’abitudine di indossare solo un grembiule mentre sfaccendava in guardiola, e ramazzava di spalle), lo colpì con un ferro da stiro su quello che gli restava del volto. Il naso da aquilino, divenne da inquilino: depresso, e avere un naso depresso in quegli anni di rialzo dei tassi d’interesse delle donne per gli uomini fu controproducente. Le donne lo deviavano, nel senso che cambiavano marciapiedi. Don Peppino, quando si sottraeva dalle grinfie della consorte perché magari era influenzata (una di quelle volte le bagnò di notte le lenzuola di nascosto, sperando in una polmonite), riusciva al massimo ad avere un rapporto galeotto (di spalle) con la portiera ed era talmente veloce che Maria Tumefatta (la custode) gli sussurrava, in quei pochi secondi: «Ragionie’, potevate stare di più! Pure per cambiare l’ora legale all’orologio a ottobre lo si mette un’ora indietro, mica 50 secondi? »

Quindi un po’ di ragione a sospettare la Menè ce l’aveva, ma da qui a colpirlo nel costato con una lancia da Excalibur - comprata sulle bancarelle di Gerusalemme - ad ogni piè sospinto…

Questi atteggiamenti della donna, che se studiati alla University of Phoenix, avrebbero migliorati gli studi sulla psicologia della coppia depressa, o quantomeno avrebbero permesso al prof. Jhon Langley di trombarsi una ricercatrice italiana che glieli avrebbe sottoposti, facendogli avere, se non un Nobel, quantomeno un buon ricordo delle studiose italiane, avevano procurato atteggiamenti di sessualità confusa nel signor Eristo.

Una volta fu bloccato allo zoo di Nantes mentre tentava di infilare un anello nuziale nella zampa di una cicogna, voleva un bambino da lei. I sorveglianti del serraglio lo consegnarono ad un prete ambientalista e naturalista che spesso camminava nudo in parrocchia, il quale gli disse: «Sciocchino, non puoi sposare una cicogna, sei già sposato, vieni che ti catechizzo io ».

In un’altra fu preso dalle guardie svizzere mentre diceva messa nelle cantine vaticane, la cosa che insospettì gli alabardati furono le 15 bottiglie di Brunello di Montalcino, riserva speciale, che Pio XIII nell’evitare che fossero bevute dai nazisti le aveva barattate con 15 ebrei. All’ennesimo ostentazione del calice e al “Bevete questo è il mio sangue”, l’Oberst comandante delle guardie gli rifilò un calcio tra le gonadi (in San Pietro non è decente dire “palle”) e urlo in svizzero traslato: “A fijo de ‘na miniotta! Tè sei skolato tutto”, stavolta riconsegnandolo nudo e ricoperto di ceralacca rossa per i sigilli alla legittima proprietaria, la moglie.

Insomma, che matrimonio era stato? Un’unione tra un pavido sbrindellato e miserabile esemplare di uomo e una trebbiatrice?

Un connubio tra una bionda - essì, la Ermi era ben bionda, da dietro somigliava a Sandra Milo e sul davanti ad un covone di grano - che una volta scriveva romanzi noir, e ora li stava vivendo, ed un martire? (Ermenia prima di conoscerlo aveva scritto, “Morte sull’altare”, un noir liturgico che narrava di un omicidio di uno sposo trenta secondi dopo il si, perpetrato con uno sgambetto al nubendo, da un prete geloso. Il giudice scoprirà che la vittima non muore per lo sgambetto, e neanche per l’ostia avvelenata, ma durante la respirazione bocca a bocca che il sacerdote gli aveva comminata, infilandogli la lingua “a tourbillon” in gola).

Pensò il ragioniere: sono alla soglia dei settantanni e non so cosa significhi un sospiro d’amore. Quando colpisco di “sciabola veloce” la portiera alle spalle e sento un gemito, e la guardo riflessa nello

specchio della guardiola e mi rendo conto che non è un sussulto di piacere, ma perché sta contando le monete dell’ascensore e ne mancano un paio, mi sento una chiavica. Quando vado a letto con la consorte, tentando di sottrarmi all’abbraccio da boa, mentre mi sibila: «E questo tu lo chiami serpente?», mi sento umiliato come Brunetta veneto che non arriva al banco del bar per prendere il caffè e lo devono sollevare i ragazzi della scorta. Quando torno a casa e trovo un brodino a base di acqua e aglio “perché tonifica” le membra, tutte comprese, preparatomi dalla mia aguzzina. Tutte queste volte mi sento inappropriato, e inutile come un frigorifero nel deserto dell’Arizona senza convertitore a 110volts.

La sorte gli venne in aiuto. Il giorno della pensione, la signora Trabucco Davanzale, mentre era in fila fuori attendendo l’apertura degli sportelli, attrezzata di sdraio per la notte (la fila cominciava alle 23 del giorno precedente e i vecchi bivaccavano tutta la notte, alcuni morivano d’inedia, altri perché ingollavano una quantità di vino pari alla produzione mensile della ditta Tavernello), dopo aver dato un paio di borsettate della sua borsetta blindata, la k47, prodotta dalla Breda meccanica in collaborazione con la Beretta (alcune di queste borsette erano in dotazione alle vecchiette copte de Il Cairo e ci fulminavano i musulmani) credette di riconoscere in un vecchio signore il suo antico Peppino, il danzatore cieco suo primo amore.
In effetti era proprio lui, ora però vedeva, dopo un intervento chirurgico fattogli da un veterinario ebreo, da cui si era recato perché non vedendo aveva sbagliato a bussare.

Complice il buio, Peppino si commosse: «Mené, mio primo amore, sei proprio tu?» e tra lacrime e racconti, connivente un fiasco di Rosso di Travertino, un vino di 45° offerto da un mammutones sardo, che usava come miscela nel motorino e per disinfettare le pecore dopo la marchiatura, i due si fecero travolgere dalla passione e in modo indecente, si trombarono sulla sdraio. Non fu il crollo della sdraio a uccidere donna Ermenia, ma il grido di dolore che fece don Peppino

quando, alla luce di una torcia della guardia giurata che contrabbandava Viagra tra i vecchietti, vide effettivamente il viso della donna e urlò: «Madonna santa, Ermenia, e che cesso di femmina sei!»

Ermenia Trabucco praticamente schiattò dal dolore (o fu il panino con la pancetta di struzzo con cui aveva cenato). La camera ardente fu attrezzata nell’ufficio postale e fu sepolta con tutta la sedia a sdraio, insomma la sdraio funse da bara.

Ai funerali presenziò il direttore generale dell’Inps, che diede un premio speciale a quell’ufficio postale, che in un mese aveva provocato col suo malfunzionamento la morte di diciotto pensionati e due preti. Eristo Davanzale, affranto dal dolore si scolò come aperitivo tutto l’alcol edibile nel quartiere, compresi gli anticongelanti francesi raffinatissimi della Total, al sapore di Beaujolais.

Poi, con un gesto che i posteri considereranno insano, ma lui non lo saprà mai, cominciò una delicata operazione di alta cucina, principiò alla preparazione di una pasta e fagioli classica ma con contaminazioni gastronomiche dell’alta cucina berbera, armena e greco - cipriota. Soffrisse (pass. remoto di soffriggere) tutt’insieme, peperoncino afgano (sembra usato anche come detonatore negli attentati dell’11 settembre), aglio greco, cipolla turca, pancetta di capra armena, fegatini di cammello nano e cotiche di maiale di Avellino, il tutto portato a temperatura con un bicchiere di rosso elvetico (un vino svizzero che ultimamente sostituisce la grappa nei barilotti sottogola dei cani Sanbernardo). Quando aggiunse i fagioli scattarono le centraline d’allarme del reparto grandi ustionati di un ospedale vicino. Durante la cottura si sentirono le sirene di numerose ambulanze e Maria Tumefatta, la portiera, fu trasportata d’urgenza in una clinica dove partorì due gemelli russi senza mai essere incinta (d’altronde, a 72 anni…). Poi, con una cerimonia da processo di Norimberga, si sedette a tavola, con la stessa alterità dei giurati che condannarono Von Ribentropp a morte, e inforcando un cucchiaio appartenuto ad un caporale della Werhmacht, fece fuori trecentoventotto grammi di pasta e fagioli. Non fu la pietanza ad ucciderlo, anzi, la gustò e la digerì con una voluttà ebete, fumando, dopo trentanni anche un paio di sigarette padane, raffinatissime e fabbricate esclusivamente per Borghezio, realizzate con fieno croato e sterco di mulo di Asiago.

Una mezz’ora dopo, quando gli acidi gastrici finirono il loro lavoro, si mosse sulla poltrona per emettere quella che lui credeva una leggera flatulenza, invece fu un peto di portata 4,5 della scala Richter.

I Colli Eritrei, dove risiedeva da sposato con la ex consortata, furono evacuati in tre ore, ciononostante furono chieste le dimissioni di Bertolaso (che ormai faceva il vice preside nella scuola di musica Fausto Papetti di Fossombrone, adiacente al carcere).

Adagiò la testa sulla poltrona bergère, sorridendo alla maschera antigas che stava sul tavolino da the e che improvvidamente non aveva indossato, e morì. Tra le mani il libro “Morte sull’altare”, aperto a pagina 47, dove si leggeva:

“L'uomo recitò stancamente il suo indirizzo. La donna avviò il tassametro, sistemò lo specchietto, si avviò nel traffico. Sorridendo, accarezzò il coltello: «La chiamano Erri, vero?»

«Non mi sono chiamato sempre così, una volta ero Eristo...» - disse cantilenando le parole come swing.

«E tu bionda, una volta scrivevi romanzi noir, ora li vivi? », scartando di lato, mentre un cressi sub "Orca" di 18 centimetri, luccicante come un ascensore a Manhattan, si conficcò nel sedile di fianco alla sua coscia.

Il rumore di un sacchetto di patatine piccanti da due dollari scartocciato è sgradevole:

«Prendi una patatina, bambola?», le disse, mentre le appoggiava il sacchetto sulla spalla e la canna del silenziatore della sua Setsuko-Arasaka da 22 millimetri, sul collo bianco, come un sorbetto di Sorrento. Poi la legò al sedile col filo del suo perizoma e scese dalla macchina scoreggiando - un errore grave per Erri, la scientifica risalì al suo Dna analizzando l'aria del quartiere…”.

©Francesco Di Domenico 2011

XVI Edizione Premio Massimo Troisi

2 luglio 2011 Brano Vincitore


22 settembre 2020

Il Cuore di Marzia.

«Da ragazzo ero cosi brutto che un giorno, passando davanti a una Sinagoga, un rabbino vedendomi si fece il segno della croce».

©francesco di domenico


30 giugno 2020

"Il Cuore di Marzia"- La vipera della squadra omicidi







27 settembre 2017

Ius Soli, diritto al suolo.

Ius Soli, diritto al suolo, che già mi sembra una diminutio, perché non dovrei essere francese se non ci sono nato? O bulgaro? O ungherese, se mi piacciono i violini sfregati con sensualità?

Senza vergognarci ci siamo inventati regole che un Dio incazzoso ci farebbe ingoiare a calci.

Pensate a un uccello migratore che viene a beccare il grano dei nostri uccelli: «Tornatene in Africa passero Malefico»!

* * *

Margherita Carmen Cansino era uno straordinario mélange di sangui.

Figlia di uno spagnolo di origini napoletane, e di una mezza inglese con sangue irlandese.

Bruna di divino bruno, la fecero rossa, poi bionda, e poi Flamenco, che non è un colore, ma una passione del corpo, così come il mambo.

È stata il simbolo delle razze mescolate da Dio, e che si sa, formano bellezza.

Le razze non esistono, neppure i suoli sacri, altrimenti non avremmo un ministro con la particella o prefisso arabo e con la faccia da arabo. 

Vero ministro degli Esteri Al Fano?


18 marzo 2011

Tamarreide - Un tamarro è per sempre di Floriana Tursi.

 
Tanti anni fa girava uno slogan: “Sorridere, la violenza della non-violenza” e in questo caso è conclamato, la Tursi vi farà violenza con quest’opera. Quando la scienza diventa divertimento, è il momento di leggere Floriana Tursi, allegra scienziata del comportamento coatto.
Lei gira per le strade di Napoli analizzando il nuovo barbaro, l’uomo che contravvenendo Darwin fa il percorso all’incontrario, l’involutore della specie.
Lo fa in modo scientifico, anche se il suo taccuino trasuda sghignazzi soddisfatti, come se fosse seduta in un palchetto del teatro Trianon ad osservare l’avanspettacolo.
        In Italia l’oggetto di studi della scrittrice è definito in tanti modi, dal cafone, al coatto, allo zotico. Ma lo screanzato, il ridondante e maldestro rompiscatole, il signore assoluto dell’insolenza indolente, a Partenope è detto “Il Tamarro”.
Una volta il “cafonciello”, apparteneva al ceto basso, era povero. Per essere alla moda degli attori americani e diventare biondo, faceva lo shampoo con la candeggina. Oggi, il Tamarro oggetto di studi dell’autrice, è un quasi borghese, è il nuovo ricco. Viaggia in Porsche Cayenne, si fa le meche dal parrucchiere in, e impreca contro Maroni per la tessera del tifoso (non sapendo di averlo votato).
        Nel libro, quest’universo di anime luccicanti - raccontate con un disincanto paraculo che ci fa credere in un vero saggio - queste strane bestie sfavillanti, che ci si parano davanti ogni giorno, possono sembrare iperboli inventate dall’autrice, per chi non conosce la città, ma sono una parte considerevole dell’universo della capitale del “Regno” (spesso sono gli stessi tamarri a dire: «Marò, quanti tamarri che ci sono!»). Certo che “i Tamarri” non sono una peculiarità strettamente napoletana, probabilmente il conto è pari in tutt’Italia, solo che i figli della sirena si agitano in modo più virulento e alzano la voce di più, facendo lievitare il novero dei luoghi comuni su questa città dolente. Ricordiamo un film francese dove il vecchio zio dice al nipotino che alzava la voce: «Smettila di agitarti come un italiano!», e certe disgustose cravatte verdi ostentate in televisione, sono un esempio di tamarrismo peninsulare accertato. Ma Napoli è Napoli.
La deliziosa esegesi che l’autrice ha messo a punto è un divertimento assoluto. Una varietà infinita di categorie umane, livellatesi negli ultimi trent’anni in una rozzezza edonistica, sono sottoposte ad esame autoptico – antropologico. Il come sia riuscita a penetrare con un bisturi dentro la carne viva dei figli dell’antico tamarro Masaniello, resta un piacevole mistero. Le forme della stupidità ostentata come ideologia da questo ceto neo-moderno fanno pensare all’uovo di Colombo, diamine! tutti abbiamo sotto gli occhi questa gente, ogni giorno, come mai non abbiamo pensato di raccontarla? Bhè, ci ha pensato Floriana Tursi.

 

Boopen-led editore euro 10


8 maggio 2010

La Forza dei Ricordi - Alessandra Iannone

 

                                                                                                                         

 

Chi pensava che lo sperimentalismo, che dagli anni ’60 in poi, cumulato al linguaggio della cibernetica, del web, dell’evoluzionismo sintetico, avesse potuto uccidere la vecchia narrazione trova in questo libro una piacevole battuta d’arresto.
Ne “La Forza dei Ricordi” Alessandra Iannone racconta.
Indossa una veste d’organza a fiori, diventa sua nonna e, racconta.
Narra una vicenda a cavallo tra gli anni ’30 e ’40, personalissima ma universale perché simile a tante altre, in quel tempo in cui Dio vide i suoi figli tornare bestie, nella II guerra mondiale.
È una storia d’amore, che racconta un amore.
L’amore di una ragazza per sua nonna. Il ritorno ai primordi della letteratura, “Siediti – le dice la nonna – ti racconto una storia”, e comincia così a narrarle del suo drammatico, limpido, primo ed unico amore.
Sembra un romanzo ma è una storia vera, come tutti i romanzi che, o si sono avverati o lo faranno. Il linguaggio non avrebbe potuto essere diverso. L’amore, vero conflitto d’interesse tra nonna e nipote, riesce ad annullare la scrittrice, facendo diventare l’ava l’autentica autrice. Non facile.
Il racconto è una pagina delle migliaia di storie di quel periodo.
Le tragiche divisioni dei corpi dai sentimenti, che resero ancora più atroce quella guerra; gli amori divisi e i cuori spaccati a metà con l’accetta del dovere.
Un ragazzo che torna dal nord Italia alla sua città d’origine in visita a parenti.
Una ragazza che aspetta un amore da incontrare, girovagando con gli occhi.
Gli occhi che s’incontrano sono loro ad innamorarsi, in quegli anni dove solo gli occhi si potevano “toccare”.
Il racconto di Giugliano in Campania, solida città rurale, ruvida realtà dove l’ordine di una moralità codificata ed ottocentesca mette svariati cancelli davanti ad un sentimento limpidissimo.
Un epistolario intenso e bello, quando l’amore era un francobollo incollato su di una busta.
Le pagine s’inerpicano tra angosce e felicità improvvise, fino all’epilogo…
Ottima prova nell’opera prima di questa giovane avvocato.
La sua prima lettera Alessandra Iannone la ricevette appena nata dal sottoscritto, era un telegramma che recitava: “Benvenuta!”
Ho pronto un’altra missiva, stavolta sarà un e-mail: Benvenuta collega!”
 
                                      


30 gennaio 2010

Gianmarco Bellini, l'ultimo eroe.

                                                        

 

Era l’inverno del 2006, con Gianmarco Bellini si sghignazzava davanti al racconto dei miei bislacchi personaggi umoristici: “Il partigiano Orazio”, figlio di uno che vendeva costituzioni false; “Amedeo”, il pretino che faceva ricettazione di oggetti rubati per costruire una chiesa. Bicchieri di vino buono e ricordi della sua Crosare di Pressana, quel posto “conservato da Dio”, dove era nato su a Verona e da dove era partito per l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli.
Poi il vino da’ pulsioni strane: si passò a parlare di quella “Notte in Arabia”, e di quello stramaledetto proiettile della Shilka Szu-23-4 la postazione mobile irachena e di quel baffuto, povero soldato, che non immaginava di buttare giù una favola da 30 milioni di dollari, il “Tornado” di Bellini & Cocciolone, come per anni fu chiamato.
Gianmarco, mentre ricordava uno dei pochi articoli onesti e seri del tempo, scritto dalla brava Maria Grazia Cutuli su “Epoca”, mi chiese: “La scriveresti quella storia”.
Fu il vino, si il vino e una splendida forma di pecorino, che si assottigliava sotto i nostri occhi, a farmi accettare. Tre anni di guerra continua con la tastiera del pc.
La mente ha volato per tre anni su quel Tornado. Ho pianto nel raccontare i 47 giorni - molti dei quali ad Abu-Ghraib – al freddo e alla fame, senza scarpe; la sabbia negli occhi della base di Al-Dafra, negli emirati; la partenza maledetta della prima squadriglia di attacco aereo di guerra italiano, dopo la II guerra mondiale, dove il primo aereo si spegne e il secondo resta col carrello fuori pochi km dopo il decollo: c’era una divina conventio ad escludendum quella notte, poi, dopo l’ennesima revisione, ho detto: basta!
Ora il libro è in lettura presso diverse case editrici italiane.
Spero possiate leggerlo al più presto, la storia è umana, è la storia personale di Gianmarco Bellini e di quella “Notte in Arabia”.
Nel mentre, ve ne passo una pagina.
 
" Ore 01.30
 Si sale a bordo,
 guardo negli occhi Gargiulo, più che altro i nostri occhi si incontrano come i fari di due macchine che viaggiano opposte su una strada. Auto sicure di essere tutt’e due in riga con la linea di mezzeria della carreggiata, i loro fari si scambiano un saluto veloce, intimidatorio: mi hai visto? Ti ho visto! Non mi vieni addosso? Non ti vengo addosso, e neanche tu lo farai!Uno sguardo di pochi secondi, due macchine fotografiche che scattano all’unisono: “... l’ultima cosa che avrei ricordato di quel 18 gennaio ‘91 sarebbe stata la faccia di cuoio del capo velivolo...”.
Mi assesto sul sedile, la poltrona di casa mia. Mi sento bene.
I muscoli del collo sono rilassati dalla corsa del mattino: la macchina del mio corpo è in perfetto stato. Ho 33 anni e penso che sia l’età migliore per convolare a nozze con la storia, potrò dire io c’ero, o diranno “lui” c’era, questo adesso non lo so e non lo penso neanche, è questo uno dei pochi momenti in cui non esiste dentro di me un’elaborazione logica diversa, un pensiero che esuli dai compiti a cui la “mia” macchina mi sottopone.
 Si cominciano le verifiche degli apparati, quasi quaranta minuti al rullaggio, può sembrare un’eternità. In quaranta minuti si può leggere mezzo romanzo, volare da Verona a Milano, guardare il primo tempo di una partita, sorseggiare un caffé all’ Harry’s Bar guardando verso il mare, fare decentemente l’amore, l’amore...e chiedere alla luna tagliente e araba di autosospendersi, di pararsi dietro una tenda, e dopo un po’ lo fa, perché le nuvole arrivano precise a coprirla, come programmato dai meteorologi di guerra o da qualche Dio compiacente.
Spesso mi torna in mente quella ragazza napoletana che alla fine di un nostro breve rapporto mi disse, con un po’ di cattiveria:
-“Fai l’amore come un aereo che decolla! Cosa dovevo aspettarmi da te?”
Stetti male per un pezzo, mi vergognai anche un po’. Non credevo di averle mancato di rispetto, poi quando si è giovani può capitare; peccato che le storie d’amore non riescano mai a finire con un sipario che si chiude tra gli applausi."


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3 gennaio 2010

Botteghe Oscure Addio - Miriam Mafai 1996

 

 
 
 
Bisogna rileggerli i libri, specialmente quelli che raccontano la memoria, quella che diventa storia, quella che ci aiuta a sopportare il nostro tempo cattivo, perché, come diceva Brecht: Di nulla sia detto: è naturale / in questo tempo di anarchia e di sangue / di ordinario disordine / di meditato arbitrio / di umanità disumanata. / Così che nulla valga come cosa immutabile...
        Io ho riletto questo crudo e sereno racconto di Miriam Mafai scritto nel ’96, all’indomani della decisione di vendere il palazzone simbolo del vecchio Pci.
La Mafai oltre ad essere giornalista tosta – è stata tra i fondatori de “La Repubblica – qui rivela doti di piacevole raccontatrice, ma quello che più conta, visto che racconta dall’interno del corpo ancora caldo del Pci morente, è la sua capacità di dire tutta la verità, nient’altro che essa.
Nonostante il suo coinvolgimento emotivo, visto che di quel corpo lei è stata per una vita intera cellula pulsante ed organica, vivendo – tra l’altro – accanto ad uno dei padri di quel Pci, (Giancarlo Pajetta), è riuscita a parlarne a vol d’oiseau, quasi planando come osservatrice disincantata. Racconta l’Italia del Pci, cos’era, come si trasformava e quali erano i limiti e le debolezze del più grande partito comunista del mondo occidentale, quello che arrivò quasi a governare col 35 % dei voti.
È un libro che consiglierei ai giovani, è un libro da far rileggere a chi non l’ha letto con attenzione. È un libro da regalare al grande condottiero di cartapesta, quello che crede ancora che i comunisti esistano perché, come disse Totò: “Ve lo dovete togliere dalla testa, quelle case lì le hanno chiuse!”
 
Si trova, ormai, solo on-line, nell’edizione economica Mondadori € 8.00

 


19 dicembre 2009

"Aggiungi un Porco a Favola"

                                                                                        

 

 

Non toccherebbe a me fare la recensione di un’antologia dove sono presente con un racconto, ci sarebbe un palese “conflitto d’interessi”.
Maledizione! La rivoluzione culturale prodotta dal web e dalla comunicazione a tutto campo, ha permesso a termini come questo di entrare nel linguaggio comune.
L’altro giorno ho detto al mio portiere:
«Emilio, l’ascensore non funziona, ma quel tuo cugino così bravo, non potrebbe aggiustarlo in fretta?»
«No, Prufessò, mi dicono che c’è conflitto d’interesse, con mio cugino. Però questa cosa non è poi tanto cattiva, stanotte, dopo che avevo preso lo stipendio, mia moglie, quella megera, faceva la smorfiosa nel letto, le ho detto “Titina, fatti in là, niente sesso: c’è conflitto d’interesse”, e così me la sono scansata pure stavolta.»
 
Ma io non voglio recensire il libro, pretendo che lo compriate. È una ennesima scommessa di un duo favoloso che a Napoli, negli ultimi 10 anni, ha messo su un movimento umoristico che potremmo definire epocale. L’intuizione del Laboratorio di scrittura comica Achille Campanile, arrivato quest’anno al IX corso, ha prodotto fior di scrittori, alcuni dei quali volati verso altre categorie letterarie, come il prezioso Maurizio de Giovanni, autore ormai affermato di Fandango e Einaudi, e candidato per il II anno consecutivo al Premio Scerbanenco.
La pubblicazione, curata dai due promotori del Laboratorio, Eddi Bellini e Pino imperatore, raccoglie 36 autori, non solo napoletani, tra cui moltissimi vincitori del Premio Troisi.
 
“Aggiungi un porco a favola”   Edizioni Cento Autori    € 13.00
 
È una gustosa rivisitazione delle favole classiche. Agli autori invitati è stato dato un compitino che poteva sembrare semplice semplice, riscrivere le favole dal cui titolo era stata sostituita una lettera. Proibitivo ai più, snervante per gente che non ha il sorriso come professione, ma dal risultato sorprendente quando in campo ci sono i  joueurs delle parole.


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20 ottobre 2009

Quando Il Mattino faceva tendenza e faceva ridere.

               


La bellissima testata con i nomi della redazione al completo (io ho una sola fortuna, di avere un nome lunghissimo).





Nell’autunno di ventidue anni fa, sull’onda emozionale dei tanti inserti satirici già presenti in alcuni giornali italiani, nasceva Ragù l’inserto satirico de Il Mattino.

C’erano in giro già dei formidabili inserti, da “Tango” di Stàino su L’Unità a “Satyricon” su La Repubblica. Nacque per condiscendenza bonaria dell’allora ferreo direttore Pasquale Nonno, uno degli ultimi grandi direttori del giornale. Nonno veniva dalla Rai, quella che sfornava fior di giornalisti e faceva parte di quel gruppo che aveva contribuito alla nascita del nuovo Tg1.

L’inserto fu fortemente voluto da una redazione di giovani giornalisti come vacanza umoristica dal quotidiano lavoro di cronista, ebbe un discreto successo e fu caposcuola a Napoli di umorismo e ironia non legato all’immagine partenopea di “pizza e mandolino”.

Una satira forte, ma non dura come quella degli altri inserti nazionali ( se pensiamo alla trucida battuta di “Cuore”, la rivista di Michele Serra, che nel L’Unità prese il posto di Tango: “Aiuta l’inps, uccidi un pensionato!”)

Ragù fu una grande fucina intellettuale, leggendo i nomi della redazione di allora si ritrovano soggetti che oggi sono al top del giornalismo partenopeo, come Francesco Durante del “Corriere del Mezzogiorno”, Edoardo Santelia dell’ attuale Tg3, Cicelyn, Michele Buonuomo (che si firmava Mike Gotman ) l’allora esordiente vignettista Riccardo Marassi, che proveniva dalla redazione napoletana di Paese Sera (storico giornale della sinistra di proprietà del Pci che chiuse dopo poco tempo per fallimento) e che sarebbe diventato uno dei primi vignettisti italiani.

Ragù usciva il sabato come inserto de Il Mattino, per non accavallarsi con l’uscita di Satyricon la domenica su repubblica, e Tango il lunedì su l’unità.

 
Un pescatore di frodo arpiona un anguilla nelle vasche del Banco di Napoli, è l'8 gennaio 1988

Alcune pagine furono memorabili, come quella del dopo natale 87 sui capitoni nelle vasche del Banco di Napoli. Era stata da poco ristrutturata la storica sede del Banco napoli in via Roma/via Toledo e in città c’era un grosso dibattito tra i favorevoli e i contrari sulle vasche realizzate nello spazio prospiciente la sede dall’architetto Nicola Pagliara, dopo poco tempo dall’inaugurazione, proprio durante il periodo natalizio, alcuni buontemponi (ma si sospettò che fossero stati i goliardici redattori di Ragù) butto nelle vasche alcune grosse anguille, le foto uscirono su Ragù suscitando reazioni contrastanti, ma grosse risate. Pezzo forte fu anche una pagina su i Rom che venivano spostati da città in città - con, tra l’altro, un mio preveggente e non sospetto“falso d’autore” sull’allora Prefetto della Congregazione per la Fede.


    Uno dei miei falsi preferiti: Santità mi perdoni, avevo la vista corta!


Ragù morì. La sua chiusura fu decretata dai primi segnali di una globalizzazione imminente, Pasquale Nonno decise che col gioco del“Bingo” si vendevano più copie.

Non sapremo mai se fu più giusto così, se potesse essere stata anche la “stanchezza creativa a decretarne dopo pochi mesi la fine.

Michele Serra alla chiusura del mitico “Cuore” affermò che “le riviste satiriche sono come lo yogurt, hanno la scadenza sull’etichetta già quando nascono”.

Forse Ragù non aveva ancora fermentato bene, visto la grande messe di cervelli che lo abitavano, ma questo non lo sapremo mai!

Dispiace che tra i tanti che vi collaborarono, oggi soggetti autorevolissimi, abbia dovuto essere io, a ricordare una bella pagina dell’editoria napoletana: se pigliassero scuorno?

Nessuna ragazzina ci chiamò «Papi» in redazione e, non ci metterei la mano sul fuoco, nessuno mai indossò calze turchesi di sabato (la domenica con Maradona erano obbligatorie).


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Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

Arte & Artisti di Famiglia



        

Maria Chiara Di Domenico "Deserto d'oro"

          Scultura & Pittura
          
          
               
                
Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


 The Lord

The Saatchi Gallery - Contemporary art in London

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