francesco di domenico il blog francesco di domenico il blog dido | dido letteratura | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

dido
gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


Diario


24 ottobre 2010

Il 546 Bus per l'aldiquà.

 

 

Il 546 è il vecchio 147 rosso.
La vecchia Atan aveva una cultura apotropaica dei numeri dei bus, li faceva somigliare per onomatopeismo ai posti dove giravano e, ‘o pullmànn’ po’ camposanto, come poteva chiamarsi?
La nuova Anm ha un senso estetico del trasporto, autobus pochi per la strada, ma un’immagine high tech formidabile. Paline e pensiline di design francese, numeri indicatori da missione spaziale o da intervento di Navy Seal in Mozambico: C39, 2M, 546… Orari presunti d’arrivo sui display elettronici mai rispettati – ma se chiami il numero verde ti diranno, come se fossimo in “Star Trek”:
«Ci scusino signori, ma c’è stata una tempesta elettronica».
Il 546 parte dalla stazione metropolitana del Frullone- poco prima del Museo di Capodimonte - e, tagliando come il burro la città, scende verso il centro, passando per il vialone di Corso Amedeo di Savoia. Quella era  la passeggiata che portava i borboni verso la residenza reale. 
Poi attraversa il corpo sanguigno ed eduardiano della città: via Foria, dopo sale per la vecchia Via Nuova Del Campo - “via del Campo c’è una puttana, occhi grandi color di Foglia…” - una volta c’erano prostitute, ora si chiama via Don Bosco e sono sparite. Quindi su a Capodichino, dove c’è il ristorante “La Loggia del Paradiso”: ci vanno a fare l’ultima cena? E a destra giù, al “Nuovissimo”, il cimitero di sopra.      
 
 
 
 
Dalle sette e mezza del mattino stanno già li, gli stakanovisti del lutto, sono gli anziani.
Sembrano avviarsi per tempo, verso quella che sarà la loro ultima casa.
Quando arrivi sulla fermata, già conosci la composizione antropologica della folla in attesa.
Sai chi si lamenterà, chi cordialmente ti chiederà un’informazione.
Tutti ti hanno già guardato e soppesato con gli occhi, sei a meta strada tra un padre snaturato e un carceriere che viene a liberarli in ritardo.
I vestiti sono d’epoca. Da un po’ non si sente più la naftalina, ma il vecchio odore della “Lavanda Linetti” lo risenti, mentre la mente fa un tuffo sulla foto sbiadita del nonno che portava lo stesso vestito “Principe di Galles” a spina di pesce. Questo anziano cavaliere che sale distribuisce la sua essenza nel bus. Sarà sicuramente cavaliere, come diceva Totò: “non dubiti, la faranno cavaliere, quantomeno commendatore.
 La signora Pupetta mentre sale inveisce contro il comune che non le da’ i sacchetti della spazzatura. Le invettive contro l’astratta madre infedele, la municipalità, sono continue. Eccole, fiori in mano puntati come Kalashnikov verso il mezzo pubblico. Donne in nero.
E’ difficile stabilire se gli abiti scuri sono rappresentativi del lutto o della moda imperante.
Ma il nero di lutto lo leggi, è totale e sembra emani dolore, mentre quello della promenade domenicale è glamour, rotto da nuance di cromatismi diversi.
La vedova giovane, amputata del marito, se è la coniuge di un ammazzato di camorra, viaggia in bus, ma solo se il marito era di una cosca perdente.
Ha gli occhi bassi, e tira a se i figli, come una lupa furiosa.
 
Le vedove dei vincenti le vedi dal parabrezza, arrivano in Swift-Suzuki, con motorini roboanti da 500 cc, con le Mercedes nere 250 cl. Hanno minigonne da schianto, perizoma la cui lettura orografica è semplice perché viaggiano sotto il raso nero della gonna come cilici sensuali. Le riconosci e distingui dalla gente comune, dalle vedove glamour, perché hanno sempre un filo di pancia di troppo, poco avvezze alle diete.
L’immondizia e il traffico sono istituzionali.
La procace biondona ad ossigeno (20 volumi, nel lavandino di casa), con reggiseno di una taglia inferiore, affaccia il suo decolleté nella cabina guida e ti chiede:
«Capo, mi farebbe scendere qui? Mi gira la testa non mi sento bene»
Le  fai: «Tranquilla signora le chiamo un’ambulanza?»
E lei, facendo sulle enormi tettone il gesto di soffiarsi, dice:
«Eh, fosse solo quello…»
La gestione del caos è ordinata. I vigili con divise stazzonate ma decenti, da polizia afgana, regolano un traffico di bus semivuoti e di migliaia di macchine con anziani viaggiatori di last travel.
 I miei clienti scemano lentamente, i dibattiti sulla povera ragazza strangolata dalla cugina o dallo zio, si spengono. La tettona dal basso mi lancia uno sguardo da fuoco eterno, le sue lenzuola di raso (nero?) andrebbero riempite.
Tiro il freno a mano allo stazionamento.
Accendo una sigaretta e apro il giornale, c’è Fini che parla con D’Alema amabilmente: Mio Dio, e se si risvegliasse uno di questi morti ventennali ?
 
 
 

 

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. napoli anm cimitero pietà didomenico atan 546 147rosso

permalink | inviato da dido il 24/10/2010 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2010

Racconti d'estate (ma perchè d'inverno no?)

                                                   

Parto per la via Crucis vacanziera, mi annoierò a morte e dopo mi accorgerò che le vacanze sono una dolorosa pausa inutile se si vive una vita meravigliosa.

Tratto da questa deliziosa antologia, di quell'inesauribile sornione della letteratura napoletana che è Aldo Putignano (corroborato dall' enfant terrible Giancarlo Marino) uscita nella primavera del 2009: "Enciclopedia degli scrittori inesistenti", vi pubblico il mio brano.

In questo racconto cito Pietro Taricone, già un anno fa prevedevo, anche con ironia, un futuro intelligente per questo bel ragazzo che la storia ha ghermito anzitempo, certe persone sono destinate a rimanere belle per l'eternità, come lo fu per Norma Jean Baker, la nostra Marilyn.

 

Zuì El Khan, ????- (Fontana di Trevi - 1954 Wall Street Journal 2036/38),??
detto anche Ahmed Zovirax, anche conosciuto col nome di battaglia di Gamal El-Bixio (in onore di una sua bisnonna che cavalcò in Calabria col grande Nino)
Scrittore, giornalista, poeta e guerriero lombardo.
 
Zuì El Khan, figlio di un ragioniere di origine turca e di una turista calabrese, nacque, per espresso volere del padre, nella celebre fontana di Trevi, comprata dalle mani di un principe napoletano.
Trascorre i primi anni di vita nel manicomio di Fossombrone, insieme alla famiglia, ed è la che compone, a quattro anni, la sua prima piece teatrale “Vita distratta” , dove si narra di un sorvegliante ubriaco che dimentica la porta di un manicomio aperto.
Bambino precoce, dopo la primina, viene iscritto al liceo classico Primo Carnera di Cagate Brianza dove inizia la sua reale attività letteraria.  
        Senza avere mai conosciuto Bertolt Brecht, il giovane Gamal con grande maestria e genio lo evita accuratamente nell’inventare uno stile teatrale, superfluo e a tratti inutile. La formidabile idea di un “Teatro del niente”, venne al giovane Zovirax (chiamato così a scuola per una forma di herpes che gli impediva di parlare in gaelico) in una notte di luna piena radendosi allo specchio con la lampadina fulminata.
Il viaggio nel “dramma” lo aveva già fatto nascendo, ma El Khan voleva metterci qualcosa di più e inventò il “Teatro dell’incoscienza”. Una formidabile mistura di bugie e frottole succulente, raccontate con l’arte di un affabulatore come Vittorio Gasmann (somiglia terribilmente al grande Vittorio, ha lo stesso numero di scarpe), narrate a Milano dove si ammoccano tutto. E lo chiamò “dell’incoscienza” perché ben sapeva, che se lo avessero scoperto, lo avrebbero murato vivo nella ristrutturazione del”Piccolo Teatro”.
        Il successo non fu immediato, Dario Fò glielo aveva preannunciato, quando lo vide montare le mensole della cucina (crollarono sei barattoli di marmellata e uno di miele, la cucina fu inondata di api e Franca Rame, dopo essere stata punta, lo accusò di revanscismo durante un’assemblea di attori anarchici del nord-est ): “senza la livella, le mensole cadranno e non sarai scritturato neanche da un muratore, coglione”. La sua opera fu invece apprezzata senza riserve dal critico Nuzio Scevro che lo definì “ un antesignano di qualche cosa”.
Dopo aver composto l’elogio funebre per la morte di Giorgio Gaber, intitolato: “Meglio così”, fu rinchiuso in un canile municipale, dall’allora presidente della Provincia Ombretta Colli e liberato sotto cauzione (pagata dalla Kit-Kat, la Friskies si era già costituita parte civile in un processo parallelo, dove gli attori di una commedia di Zuì erano stati definiti “cani”).
        Nel 2012, accolto in udienza dal Papa Bicipite I (Sua Santità era un ex pugile, convertitosi al cristianesimo dopo l’abolizione della boxe), rimasto folgorato dal vedere una suora ucraina Dell’Ordine delle Badanti di Cristo mentre assisteva alle abluzioni del Santo Padre in t-shirt, scrisse i suoi due poderosi saggi cattolici: “Pederasti & Cineasti” (una lucida disamina dell’omosessualità nel “Nuovo Cinema Vaticano”) e il saggio “Teologia sessuale”, come si affronta il sesso in sagrestia e nelle altre dependance.
        Nel 2020, la svolta letteraria più importante. Mentre passeggiava per i vicoli di Manhattan, il vecchio Zuì fu sequestrato da un gruppo di ex attrici dell’Actor’s Studio e da un paio di casalinghe disperate, che lo solleticarono violentemente con una piuma nelle parti basse. Nel volantino di rivendicazione, firmato “Femministe Disattente”, il gruppo politico-sessuale ammise di averlo sequestrato per errore, il loro obbiettivo era Pietro Taricone, un ex attore italiano, diventato governatore della California.
Zuì, dopo l’accaduto si trasferì a Tunisi, nella terra dei Padri (sarebbe stata la Turchia, ma non trovò alberghi liberi a Istanbul) e scrisse il suo capolavoro, tradotto poi in tre lingue e dodici dialetti:
“Pensieri sullo sterco molle dei dromedari sulle dune a nord di Rabat”, un’antologia intensa e pregnante sulle vicende di Amal Al-Katzoun, un poeta e narratore berbero vissuto nel ‘900 e morto ad Agadir nel 1947 d.c. tentando di salvare il suo cammello impazzito che voleva abbeverarsi ad un distributore di benzina. Gli undici racconti seguono tutti uno stesso tema, quello del rapporto dell’uomo col suo animale, inteso anche in senso meta-fisico (l’altra metà, no!).
 
 
Della migrazione dalla sua terra, o dal suo giardino, in quella del suo vicino - sempre in viaggio - alla scoperta della di lui compagna Fatima, detta anche “Le doppie dune del deserto” per il prosperoso petto che ricordava le cupole della moschea di Ouarzazat.
Qui il tema della migrazione si fa passionale, perchè Amal, stravolgendo i canoni classici della letteratura Araba, di per se transumante per via dei molti arzigogoli fluttuanti della scrittura medio-orientale, la ferma, in modo occidentale; le blocca la poetica, riducendola a puro e, oseremmo dire mero e porco suo vantaggio, lasciandosi rotolare nello stallatico del ricovero dei cammellidi, insiemi alla ormai ex nobile consorte del suo amico, combinandosi, lui e la Fatima, come dei lerci concubini, che annullano poetiche e quant’altro in favore del ritorno alla natura (insomma...).
        Tornato a New York nel maggio del 2036 come consulente militare per un videogame edito dal Wall Street Journal, sulla guerra economica tra Iran e Iraq (un nipote di Saddam, dopo aver preso il potere, aveva bombardato le banche iraniane con bond argentini, avanzi del risarcimento americano), scomparve nei bagni dell’82 piano. Dopo due anni di ricerca non è stato ancora ritrovato il corpo, e neanche i resti di dodici infermiere svedesi che lo accompagnavano.
Alcune sue opere sono state rieditate ultimamente dai “Rotoloni Regina”.


22 giugno 2009

Storie Brillanti di Eroi Scadenti.

 


“STORIE BRILLANTI di EROI SCADENTI”

Edizioni Cento Autori

Martedì 23 giugno – ore 17.30

Libreria San Paolo Napoli

Ospiti

Aldo Putignano, scrittore, docente di scrittura

Pino Imperatore, scrittore, presidente sezione comica Premio Troisi

Ci siamo.

Non sembri strano, ma presentare la mia accozzaglia di pensieri sub reali nella prestigiosa Libreria San Paolo di via De Pretis a Napoli mi mette una certa agitazione.

Non disagio, giammai, ma piacevole soddisfazione.

I miei ventuno racconti pescano nel torbido delle coscienze, tentando di raccontare, in allegria, questo universo pazzo, dove gli umani sembrano animali bradi.

In qualche storia parlo anche di sacerdoti, e nel mio immaginario fantastico, cerco di raccontarli come sono descritti - per loro piccole disavventure - in qualche cronaca provinciale: ecco, una delle virtù del cattolicesimo, è la grande disponibilità a discutere, se non direttamente dalla Chiesa Madre, dei suoi interminabili organismi paralleli, che ne fanno una forza di dialogo in progresso.

Il disagio mi viene, forte e interiore, a pensare a colleghi scrittori, di altre religioni, a cui viene proibito, non tanto di discutere, ma di fare dell’umorismo, che è una forma di affetto, sulla propria fede.

Sono proprio contento.

E lo sono ancor di più nel ringraziare quella splendida donnina che dirige la libreria, Livia Greco, una che ama i libri e chi li sorvola.

                                      
Il retro, con una troppo generosa considerazione dell'editore.


28 marzo 2009

Nuovo giallo, vecchie passioni.

                                               

Nuovo giallo, vecchie passioni.

Quando cominci un giallo italiano e sai che è ambientato in Usa sei già prevenuto, pensi ad un pescatore di lucci del Po’ che vada a caccia di squali bianchi a San Diego; e hai anche paura dell’effetto “Tenente Sheridan”, che ha connotato troppa letteratura noir nostrana.

Ma con Violet Red bisogna ricredersi su di un paio di cose: che gli italiani non possano fare noir yankee, e che non siano in grado di farlo le donne.

Con questo libro dobbiamo ricrederci, su più cose.

“Fuori la luce della luna oscillava insieme al movimento delle nubi spinte dal vento, Alanna si affacciò dalla sua tana di cemento e vide la luce fredda e bluastra disegnare le figure di un uomo e di una donna.”

Questo è, secondo me, uno dei pochi passaggi barocco/italiani ( sebbene molto bello)di tutto il libro, per il resto la storia è narrata come se le due autrici fossero vissute a Cicero o a Des Plaines, o fossero state in giro per anni a rimorchiare policeman fuori servizio lungo la Columbus Drive di Chicago.

La location sul Michigan è perfetta, come il jazz che si “immagina” in sottofondo.

La descrizione del “Distretto Foster”, dove lavorano alcuni personaggi, è rigorosa e scientifica, e posso dirlo con una certa cognizione vista una mia antica frequentazione del dipartimento di polizia di Virginia Beach, dove lavora una mia cugina detective.

       
   Rosaria Di Domenico & Francesco Di Domenico - Virginia Beach - Usa 2004


Il corpo del racconto è intricato ed intrigante, degno di un grande maestro del poliziesco mondiale, il mitico “Salvatore Albert Lombino”, che detto così non fa’ capire che parliamo del narratore principe e creatore dell’ “87° Distretto”, Ed Mc Bain.

E’ pieno di colpi di scena il libro, ed i risvolti psicologici non sono una fesseria da poco quando scannerizzano il maschio e la sua fragilità interiore, nascosta da millenni di maschismo. Non si può dire che gli uomini siano trattati male, ma “denudati” del proprio orgoglio questo si.

Io l’ho letto in treno, da Roma  verso Partenope.

Ho viaggiato con Sandy, Valerio, Ian, accartocciato di passione su di un sedile di intercity; il viaggio è finito troppo in fretta e, quando scendendo ho scoperto di essere arrivato ad Aversa e non a Milwaukee, un enorme luccicone mi è apparso sotto l'occhio destro, era il fumo che la prima sigaretta dopo due ore mi era entrato nell'occhio, o cos'altro...?


“Viole(n)t Red” Laura Costantini & Loredana Falcone BiettiMedia 16€

 


6 gennaio 2009

Didò su "Letteratitudine"

E partita sabato notte su Letteratitudine, l'autorevole "blog d'autore" di Massimo Maugeri la "Recensione incrociata" del mio libro con quello dello scrittore Enrico Gregori. Un divertente agone letterario inventato da Maugeri per rendere più effervescente la presentazione dei libri sui giornali web. Gli scrittori recensiscono il libro del collega come in una tenzone medievale, poi parte il dibattito tra i lettori e tra i tanti che cercano di capire se comprare il libro in vetrina. E' stato molto divertente, dico "è stato" perchè il dibattito è quasi esaurito, ma voi provate ad andarci lo stesso e a commentare, hai visto mai?                                                                                                             
                                 
                                                                                                                            
 Enrico Gregori recensisce
"Storie Brillanti di Eroi Scadenti" 
di Francesco Di Domenico                                                                                                         
Volete ridere? Volete ridere e pensare? Volete, nel ridere, sentirvi anche un po’ intelligenti?
Sembra assurdo, conoscendolo, ma allora dovete affidarvi a Francesco (didò) Di Domenico e al suo “Storie brillanti di eroi scadenti” (Edizioni Cento Autori).
Immaginate gli interventi che Didò fa qui e nei vari blog. Ebbene, sono miccette. Il libro è il Capodanno a Piedigrotta: fuochi d’artificio che scoppiano e sbottano luci colorate in un susseguirsi di battute (anche amare) che sono un viaggio attraverso la geografia e la storia dell’Italia.
Nessuna lezione, vivaddio, ma una doccia di umorismo che affonda le sue radici nel “Travaso”, nel “Marc’Aurelio” e, via via, fino a “Il Male”.
Persino i nomi dei personaggi fanno ridere. E ci si diverte a vedere manie, difetti, tic e fuffa di una società che, nei suoi aspetti ridicoli, non è mai cambiata. Il tutto in una ventina di racconti che scorrono come un “fumetto”, ma di classe intendiamoci. Dalla politica al calcio, dall’amore al sesso, dall’arte alla cialtroneria. Una parata di parole e persone che fanno di “Storie brillanti di eroi scadenti” 158 pagine di penna al seltz.
Poteva scriverlo un non-napoletano? Ecco, questo (non per campanilismo d’accatto) è un bel quesito.
Certamente Di Domenico non è un fustigatore, né una sorta di serioso Cesare Baretti.
Lui, tutto sommato, è il primo a mettersi in gioco e a offrire la sua faccia e le sue strampalate idee al pubblico dei lettori.
Comica, infatti, persino la biografia dell’autore “dal 1975 pioniere delle radio libere napoletane”. E via, avanti, fino a pubblicazioni improbabili in occasioni altrettanto improbabili. Una lunga biografia, insomma, di uno che non ha mai combinato un cazzo. Vuoi mettere?

Francesco Di Domenico recensisce
"Doppio Squeeze" di Enrico Gregori - Bietti Media

Laura è un cadavere che cammina.
Ha vent’anni, una vita (quasi) inutile, ai margini della società omologata, eppure è il trait d’union di una storia verosimile, di una formidabile spy story che Enrico Gregori disegna.
All’inizio non lo credi che il personaggio della ragazza, insignificante, tratteggiato crudamente come orpello di altre cose, possa essere utile alla storia e, alla fine, ci stai ancora pensando e devi chiudere il libro per comprenderlo, piacevolmente.
E difficile dire cose su un giallo che hai gradito senza scoprirne la trama, la voluttà di raccontarlo è grande, più dell’esegesi surreale a cui si è costretti dal dovere, per questo le recensioni dovrebbero scriverle i professionisti del superfluo, i famosi critici, che sono capaci solo di quello.
A cominciare dal prologo, il libro è un depistaggio continuo, un giocare al gatto e al topo col lettore. Senza inutili tentativi di ricerca di contaminazioni coi grandi del noir americano, io penso subito al numero uno: se è infetta questa storia, allora il contagio si chiama Hitchcock.
Alla stregua del maestro anglo-americano, lo scrittore usa inconsciamente una tecnica tutta hitchcockiana, il “McGuffin”, un espediente per dare importanza ad un oggetto o un personaggio che saranno o ininfluenti o lievemente complementari alla storia, e di McGuffin ne sono seminati a josa nei brani. La suspence c’è ma è morbida, rotonda come l’ambientazione in una Roma color seppia, la capitale barocca in un movie barocco, in una specie di mescolanza col moderno, ecco: un’atmosfera da Batman.
E’ la città che non conosci se non ci sei nato da generazioni. L’autore, scrive come un trucido coatto redento a Regina Coeli, nei tempi morti di un ergastolo, ricama; come se cucire organza e non rapinare banche fosse il suo mestiere e, nonostante questo, lo fa egregiamente. Il tratto surreale e ruvido di Gregori nel “The prima di morire”, era come una prova generale ad un gran premio di formula uno. Molti avevano pensato: “Okay Gregori è in pole-position, ma la corsa vera la vince un altro”, invece con questa seconda opera è tra i primi; se non un’assoluta novità nel giallo d’autore italiano.
Sembra anche un racconto “interno”, scritto da un vice-questore, tanta è la precisa descrizione dell’attività poliziesca; la rappresentazione simenoniana delle stanze dell’intelligence, dei metodi, ma conoscendo l’antica professione di “topo di questura” del grande redattore di “nera” possiamo agevolmente comprendere la sua navigazione sicura. Forse, di Simenon, usa lo stesso metro nella ricerca dei nomi, l’elenco del telefono per quelli italiani, i telefilm per quelli stranieri, ma la loro semplicità non è un limite, forse un valore aggiunto per non perdersi nella trama che si dipana nei vicoli di una Roma altra da come la conosciamo, una Roma romana.

Giudicate un po' voi, oppure andate direttamente su:
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/01/03/recensioni-incrociate-n-5-francesco-di-domenico-e-enrico-gregori



19 dicembre 2008

Regalo di Natale (il regalo me lo fate voi, leggendo il racconto).

Toh, Didò ne ha combinata un'altra; mi rivolterò nella tomba, e non ci sarà nessuno a rimboccarmi la lapide.

                                                          
Sì è natale. Voglio riscaldarvi i letti ed una buona lettura lo fa (suvvia non contestate, avete letto di peggio e, per fortuna, hanno abolito gli elenchi del telefono, quanti di noi si sono formati sulle pagine ingiallite del primo tomo dell'universo?). Non mi venite a dire che c'è già qualcuno/a che da' calore alle vostre gambe, quella si chiama carne, io non posso riscaldarla, e neanche lo spirito, mica sono Tolstoj, le frattaglie cerebrali, quelle si. Le mia è letteratura suppellettile, buona per il bagno. Se tutti avessero un Didò in bagno (mio Dio, no!), le cose filerebbero via lisce ed in modo allegro, l'umorismo è diuretico. Vi do in pasto il solito prete; io voglio bene ai sacerdoti, sono la metafora delle contraddizioni universali, combattono la guerra e benedicono le armi; combattono la violenza e danno dei sganassoni terribili durante l'ora di religione; predicano l'amore e...si sbattono fior di perpetue in canonica (qui non mi sembrano contraddittori).
Arriva Cesarino, occhio ragazze!

                             

                              Il natale di Don Cesare

Cesarino Scarrozzi aveva gia inscritto nel nome il suo destino, avrebbe fatto o l’autista o il prete. Cominciò a guidare a dodici anni pilotando improvvidamente il trattore del padre sull’aia del podere di Grottaferrata: uccise dodici galline e il vecchio cane Masaniello, un mastino napoletano che era sopravvissuto pure ai tank tedeschi, (che però era già malato di prostata). Dopo due giorni anche il gallo, entrato in depressione, tirò le cuoia. Fu allora che, per evitare le inevitabili, disgustose ritorsioni del padre Giacinto, detto “Nerbo di bue”: - “Scuoia immediatamente quelle galline e valle a vendere al mercato come carne macellata!”-, organizzò prima un funerale clandestino in piena regola, con bare ricavate da cassette di pesche nane, aspergendole con anticrittogamico benedetto (da lui) e seppellendo i pennuti poco lontano dall’orto, poi, dopo aver trafugato dei soldi dal cassetto della credenza, comprò al mercato dodici galline nuove di zecca ...insomma. Al padre raccontò di una miracolosa resurrezione e il povero Giacinto pregò per mesi genuflesso al pollaio; solo ogni tanto si chiedeva perché non fosse risorto anche il gallo, “ma si sa, noi maschi...”.

Successivamente Giacinto fu portato via dai carabinieri, per aver tentato di strangolare la moglie, rea di aver fatto una frittatona con pancetta e pecorino con le “uova sante”; a distanza di trent’anni i vicini ricordano ancora l’odore inebriante della rustica omelette e la sua tragica scomparsa dopo essere stata seppellita nell’orto dall’infoiato zotico, in attesa di resurrezione (della frittata o delle uova).

Dopo quegli eventi la madre lo incarcerò in un seminario e il ragazzo fu fatto prete; ma Cesarino era irrequieto e una volta, correndo in bicicletta verso il corteo vescovile, investì in pieno un terrificante monsignore che lo inviò, seduta stante, in missione in Corea, proprio durante la guerra. Fu fatto prigioniero e torturato da tutte le parti in conflitto, sud-coreani, nord-coreani, cinesi, e un monaco buddista gli diede un pugno sul naso quando tentò di trafugare una campana da un tempio per montarla su di un campanile del 38° parallelo. Fu salvato dagli americani che, pensando trasportasse una bomba, lo fecero brillare.

Ebbe la parrocchia a quarant’anni, quella di S. Ezioso a Villacedrata, un luogo ricco quasi solo di succosi cedri. Il borgo si era spopolato perché dopo l’avvento della Coca-Cola nessuno ordinava più cedrate ai bar - e in paese quella era l’unica produzione - ma Don Cesare, con tenacia, andava nei campi a predicare per attirare in chiesa un po’ di gente.

Durante quelle scorribande agresti il prelato pensava continuamente alla ripopolazione del borgo, ormai impoverito dalle migrazioni dei contadini, che al loro ritorno a Natale tornavano sempre stanchissimi (lavoravano quasi tutti in Svezia) e in quella settimana, tra un saluto ai parenti e una pizza aglio, peperoni e pancetta, raramente riuscivano ad assolvere ai doveri coniugali (era difficile passare dalle lenzuola setose svedesi ai talami di castagno abitati dalle irsute giovenche burine). Così Don Cesarino si tratteneva a consolare con una parola buona le mogli degli emigrati, che spesso lo invitavano a cena e qualche volta se il tempo minacciava, e in certi giorni di marzo il tempo minacciava spesso, a pernottare.

Quella primavera il tempo fu molto inclemente e il pretino passò molte notti lontano dalla sacrestia. Per natale il sindaco organizzò una grande festa, già a novembre c’era stato un aumento della popolazione repentino e provvido, gli abitanti, da trecento, erano passati a trecentotrenta, con un incremento del dieci per cento della popolazione. Don Scarrozzi, la sera della vigilia li avrebbe battezzati tutti insieme. Fu un natale luminoso.

Avrebbero potuti essere trentuno e forse più, ma il 31 marzo il sacerdote aveva avuto uno strano collasso, che lo aveva tenuto a letto per giorni, accudito dalla madre sessantenne di una contadina, una bella donna, timorata di Dio (ma solo di Lui), già in avanzato stato di menopausa, che sarebbe diventata la sua perpetua, perpetuamente.


Il racconto è gia uscito sulla pagina di Natale della superlativa Morena Fanti, e se volete farvi un giro lei sarà ben lieta di accogliervi, è un buon posto dove passare le vacanze di Natale.

http://www.scriveregiocando.it/natale8.htm


Buon Natale, mattacchioni.

sfoglia     luglio        marzo
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
info letterarie
arte

VAI A VEDERE




maria chiara di domenico
simonoir
Didò
Silvia Leonardi
Cristina Bove "Sweet"
Stefano Mina
Stefano Mina Pittore
Letteratitudine M.Maugeri
Gea blog di classe
Didò II - Le noveau
Acquista Didò
Via delle Belle Donne
Didò su VDBD
"dolce" Morena Fanti
Riccardo Marassi


 

Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

Arte & Artisti di Famiglia



        

Maria Chiara Di Domenico "Deserto d'oro"

          Scultura & Pittura
          
          
               
                
Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


 The Lord

The Saatchi Gallery - Contemporary art in London

Ahmed Al Safi - "Didò scrittore"




 

     


 

 

CERCA