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gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


Diario


26 settembre 2020

Tempi duri ai Colli Eritrei

Tempi duri ai Colli Eritrei

Le disgrazie, una tira l’altra. Poi bisognerebbe stabilire se fu disgrazia vera la morte di donna Ermenia Trabucco in Davanzale.

Non raccontiamo frottole: la signora Ermenia aveva impalmato proprio un Davanzale, nella figura del ragionier Eristo Davanzale, detto Peppino. Donna Ermenia, detta Mené, in vita era una donna di una bruttezza brutale, simile al lato b di un disco singolo di Pupo - fu paragonata anche ad un monolocale del Giambellino, dove era vissuto da giovane Giorgio Gaber, ma dopo la ristrutturazione divenne difficile attuare il paragone. Aveva sul viso, che semplifichiamo per formalità estetica non volendolo definire grugno, un’espressione che la faceva somigliare ad un quadro di Fontana quando colpiva le tele con il coltello a lama greve.

Aveva incontrato il rag. Eristo durante il deragliamento del treno Frosinone/Cassino, quando il macchinista di I classe Eufrate Turgido di Montalban, di lontane origini andaluse, per recuperare il ritardo aveva deviato il convoglio su una vecchia rotaia a scartamento ridotto di un sentiero della località Strangolagalli. Lo scartamento era talmente ridotto che le rotaie finivano nel fiume Liri.

Vista da sotto, la giovane Ermenia, risultava gradevole e alquanto attraente: insomma: allupante (sarebbe un termine volgare, ma mettiamoci nei panni di un ventenne ragioniere astemio di sesso, la cui conoscenza di cosce femminili si fermava a quelle viste di sfuggita dalla madre, mentre lo espelleva in malo modo dal ventre). Essì perché il Davanzale conobbe così la Trabucco, mentre era a testa in giù nel fiume, vomitata precipuamente dalla carrozza deragliata ( i treni non hanno un’anima, ma forse quel convoglio si, il Vaticano ha ancora un’inchiesta aperta).

Accorso con la lingua penzoloni e afferrata la giovane Mené per i fianchi, mentre la tirava a sé per evitarne l’annegamento, il povero Eristo si era trovato in una posizione alquanto equivoca, tanto da ingenerare sospetti e gridolini.

Il macchinista, con lo sguardo complice gli aveva sussurrato mellifluo: «Complimenti giovanotto: me la lascia salvare un po’ anche a mé?».

Una anziana maîtresse lasciva: «Mi salvi, non se ne pentirà.» Subito recuperata dal fuochista e portata ad asciugare in caldaia.

Alcune suore dell’Ordine della Castità Repressa, con la madre badessa francese, quasi in coro: «Oh, che azione santa! »

Un fornaio scissionista, espulso dall’Ordine dei Panettieri Ciociari perché sfornava baguette lussuriose a forma fallica, declamò dal Decamerone: « È meglio fare e pentere, che starsi e pentersi. (III giornata, novella V) Giovanotto, serve una mano? ».

La moglie di un soldato mutilato, saltato in aria su un bidet minato: «Vedi Filonzo, che gesto gentile salvarla da dietro?» - mentre l’eroe le rispondeva, in milanese aulico - «Ma va’ a cagare, Filomena!»

Un ispettore ferroviario del distretto 91, prontamente accorso a cavallo di una mula albina: «La ferrovia dello stato la ringrazia giovanotto, ma lasci fare a noi certi lavori », tentando di strappargli il sedere della bencapitata dalle mani, e, respinto, comunque palpeggiandolo, per dovere professionale, visto che doveva stilare un rapporto *.

(* Il rapporto informativo dell’ispettore sarebbe stato successivamente sottoposto a censura per eccesso erotico nella deposizione e secretato, mentre il funzionario deposto fu rinchiuso in un manicomio per maniaci sessuali).

Tirata fuori dal greto la giovenca muliebre, il futuro marito la guardò in volto e ne rimase scosso, la differenza tra il lato inferiore della donna e la sua parte alta era pari alla differenza tra Tina Pica e Sofia nei film di De Sica.

Ma Eristo, lo dicevamo prima, aveva ricevuto un’ impressione fulminante. Conoscere una donna dal lato basso da un imprinting duraturo e viscerale - è un po’ come i coccodrilli che schiudono le uova nel nido di un gabbiano, amano i loro fratellini acquisiti finchè non gli crescono i denti, poi li mangiano crescendo, ma è un dettaglio (sarà per questo motivo che i gabbianotti imparano a volare presto).

Fu così che, appena respirò, donna Ermenia, trovandosi già bocca a bocca con l’Eristo, lo baciò così appassionatamente che gli amputò le tonsille: poco male, il giovane soffriva di mal di gola cronico.
Il matrimonio avvenne in modo rapido, come le deportazioni per Auschwitz, Eristo si trovò in una millecento nera, come Primo levi nel vagone piombato. Sul lunotto posteriore della macchina matrimoniale al vedere la scritta “Uniti per sempre”, il Davanzale si grattò le gonadi con fare silenzioso (d’altronde, sempreché non si abbiano sonagli tra le palle, il silenzio in queste pratiche è sottinteso), la neo sposa gli mollò il primo ceffone che gli fece sputare due denti, di cui uno cariato e l’altro spuntatosi durante il pranzo nuziale nell’addentare una torta guarnita con noci finte di granito.

Nacque una convivenza armata di pazienza e di coltelli da cucina che il buon ragioniere teneva sotto il cuscino, non per fini reconditi e malsani, ma perché sovente, svegliandosi per incubi e dimenticando di aver condiviso la vita con Quasimoda, la sorella del gobbo di Notre Dame, le si avventava contro inconsciamente, subendo la - più che reazione infastidita - rappresaglia della donna, che lo colpiva sugli occhi con un matterello da notte.

Negli anni, Peppino, cosìdetto dalla signora Mené, perché a suo dire somigliava ad un ballerino cieco che lei aveva amato anzitempo, riamata e che aveva avuto il privilegio della deflorazione primigenia, (pratica a cui credeva di aver assolto l’Eristo la notte del deragliamento, non sapendo di aver solamente sfondato un lenzuolo di tela grezza frappostosi come diaframma all’urto amoroso) si costrinse, suo malgrado, a dormire a piè di letto, posizionandosi tra le estremità callose della consorte.

L’ubicazione gli giovò alquanto, perché riusciva ad assolvere alle copule, richieste copiose dalla donna - che somigliava in modo sputato al “Ritratto di donna che piange” di Picasso -, partendo dalla morfologia insulare.

Il dormire nelle vicinanze dei piedi della donna (donna? Insomma increspatura fenomenale nella teoria evolutiva di Darwin), gli fece acquisire una capacità olfattiva notevole, per cui spesso veniva incaricato dai produttori di formaggio di fossa di scovare forme di pecorino dimenticate. Fu lui lo scopritore di una forma di formaggio fossile di Ravenna che viene usata nella combustione degli Shuttle e grattugiata da Calderoli sugli spaghetti con le cotiche.

La vita fu una routine un po’ triste, per fortuna non ebbero figli. Il mondo avrebbe potuto assistere ad un evento drammatico, sia che somigliassero al padre, imbecille certificato (il Dna non era stato ancora scoperto, ma le analisi del sangue all’Eristo stabilivano una quantità enorme di globuli grigi, che, come universalmente riconosciuto sono la prova evidente che uno è cretino, certificato dal fatto che la stessa quantità fu scoperta la prima volta nel sangue di un tassista che aveva riportato indietro una borsa smarrita con 50.000 dollari), sia che somigliassero alla madre, nel qual caso gli infanti sarebbero stati rinchiusi nell’area 51 nel deserto del Nevada, insieme alle registrazioni delle prime puntate degli show di Umberto Smaila.

Non peccheremo di lesa maestà divina se immaginiamo la scena svoltasi ai piani alti del creato:

San Pietro: «Altissimo, ci sono due esseri umani in attesa di autorizzazione, sono cresciuti e vogliono moltiplicarsi.»

Lui: «Quei due laggiù? Ma chi li ha creati?»

San Pietro: «Emh…tu Signore.»

Egli: « Coosa? Questa schifezza è opera tua Sanpie’, non rinnegare!»

San Pietro: «Effettivamente…quando ci arrivò la richiesta, voi Altissimo stavate dormendo.»

Ello: «Io non dormo, scellerato Sanpietrino, forse riposavo…»

San Pietro: «Insomma, Signore, qua dobbiamo decidere, quello l’Eristo sta facendo uno sforzo non indifferente e trapana ad occhi chiusi, se dovesse riuscire nell’…inseminazione? Questi si moltiplicano, d’altro canto le direttive le ha date vostro figlio…crescete, moltiplicatevi…»
Esso: «Effettivamente…lo statuto parla chiaro, mio figlio però, l’avevo mandato giù per dare la buona novella, mica per fare l’insegnante di matematica? È già tornato da laggiù?»

San Pietro: «Si, è risorto, saranno quasi duemila anni.»

Quello: «Umh, che guaio! Quello il ragazzo è fiscale, cerca di mandarlo in giro a fare due miracoli, chessò, gli fai fare lo scrutatore a Milano il giorno delle elezioni, tu intanto blocca tutto laggiù, magari allo stolto gli fai sbagliare orifizio, così lo puniamo pure.»

E fu così che il consorte, ad occhi chiusi, infilò una strada diversa e leggermente impraticabile, convincendosi della castità pregressa di donna Mené. I bambini non arrivarono mai, anche se la moglie, avendo delle gravidanze nervose, per quindici anni gli cucinò pappine alla carota e tentava di farsi succhiare il latte dalle tette.

È difficile comprendere i motivi che portano un individuo a compiere gesti di autoannientamento così estremi, come sposare una femmina che aveva le fattezze di una scimmia Bonobo del Congo (I primati congolesi Bonobo, condividono il 97% del patrimonio genetico con l’uomo, e donna Ermenia, da analisi fatte dal suo medico - un veterinario da cui si faceva visitare per risparmiare - risultò compatibile al 100 % con le scimmie, faccia compresa). Spesso tutto nasce dalla cultura della famiglia di provenienza e Eristo era figlio di una generazione di cretini. Suo padre, Quinto Davanzale, era il quinto figlio di Modestino Davanzale, un uomo umile e senza fantasia che nominò i suoi figli Primo, Secondo, Terzino, Maria Quarta, e lui Quinto.

Ad onor del vero, bisogna dire che suo nonno, per la figlia femmina aveva, con uno scarto progettuale inusitato, deciso il nome Maria, ma l’ufficiale d’anagrafe, un suo cugino di un ceppo ancora più stupido, gli aveva chiesto: «La chiamiamo Quarta?», lui mezzo sordo, aveva risposto: «Si, Maria è la quarta!» e l’impiegato aveva ribattuto: «Vabbè, Modestì, meglio semplificare». Se non avesse sintetizzato la poveretta si sarebbe chiamata Maria È La Quarta Davanzale.

La stoltezza di nonno Modestino si tramutò in tragedia dinastica, quando con eccedente ed eccessivo eccesso di zelo impedì alla figlia Maria Quarta di sposare Empedocle Finestra, un giovane elettricista metodista.

La motivazione ufficiale fu la religione: non sapeva che metodo usassero. Ma la verità fu che il capostipite dei Davanzali non avrebbe sopportato un annuncio tipo: “Finestra & Davanzale, oggi sposi”.

L’elettricista, disperato, emigrò in America e cambiò nome e cognome. Empedocle, nome brutto come il cancello di un canile, divenne Bill e finestra diventò “Porta”. Successivamente, suo nipote approfondì gli studi di elettricista e si mise a costruire sistemi per computer, traslando il suo nome nell’inglese Gate. Se non ci fossero stati degli stupidi, oggi staremmo raccontando tutto ciò con la penna, e potremmo dirvi di quando il nonno impedì a Primo di sposare una ragazza di nome Bic…ma questa è un’altra storia.

(Dimenticavamo, Bill, in memoria dell’antico nome del nonno chiamò il sistema Windows)

Eristo, cretino dinastico com’era ma dinamico, cominciò comunque a comprendere che non bisognava contravvenire al comandamento nuziale del “Finché morti non vi separi” con un divorzio, gli sarebbero stati fatali, non gli strali divini, ma le randellate che sòra Menè gli avrebbe ammollato. È così cominciò a progettare un piano di fuga, una via indolore, visto che, se era vero che le scimmie Bonobo erano in estinzione, questo non valeva per la sòra Mené che era risultata molto coriacea e resistente anche quando lui per errore le aveva servito del cloro puro al posto dell’acqua minerale e che le aveva

prodotto solo una deiezione candida e luminosa che lei aborriva e, citando Malcolm X, la si sentiva spesso in bagno sentenziare: «Stronzo bianco, Dio ti punirà!»

I coniugi Trabucco Davanzale viaggiarono molto.

Bisogna dire che il rag. Eristo, spulciando tra le statistiche scoprì che i viaggi erano sempre molto rischiosi, e che un buon 10 per cento dei turisti non tornava a casa. Un 5 % moriva di dissenteria acrobatica (fare cacca nella toilette di un aeroporto senza toccare il water è una pratica ammessa ultimamente anche alle olimpiadi), un 3 % decedeva nei villaggi vacanze durante le animazioni e i giochi di società (Il tribunale dell’Aja ha aperto dodici procedimenti verso tour operator per crimini contro l’umanità. Recentemente un bagnino di Rimini è stato condannato a sei mesi di permanenza nell’atollo di Mururoa).

Il restante 2 % moriva a New York frantumandosi il naso mentre camminava guardando in alto, e sbattendo con la faccia contro i tabelloni pubblicitari di Times Square.

In un solo caso la morte di un turista genovese fu provocata da un tassista che lo investì a marcia indietro dopo che questi gli aveva rifilato due bottoni a forma di dollaro per mancia. Il tribunale di Manhattan successivamente assolse l’autista perché i bottoni erano di un Levi’s taroccato. Ragion per cui, appena possibile l’Eristo prenotava viaggi per dovunque, cercando di spedircela da sola la coniuga, non sempre ci riusciva ed era costretto ad accompagnarla. Una volta però fu capace di imbarcarla come bagaglio di stiva su un volo per l’Australia: durante lo scalo a Dubai successe di tutto, la compagnia aerea degli emirati non l’accettava neanche col Burka, sostenendo che dalla sindone s’intravvedevano le fattezze e che una volta, una cammella gravida, alla vista di una donna meno brutta dell’ Ermenia, abortì tre dei suoi quattro cuccioli, il quarto nato vivo divenne un dromedario e disconoscendo la madre, tentò di succhiare latte da una hostess yemenita. All’arrivo negli emirati, il Davanzale si disperse tra i grattacieli, con turbante e tunica (sollevando la tunica a mò d’impermeabile ogni tanto nei giardini pubblici), e vivendo due settimane di libertà inimmaginabili, mentre il volo proseguiva per Perth in Oceania.

Le autorità australiane, alla scoperta della donna nella stiva, la scambiarono per un danzatore turco di origine armena e la rimpatriarono in Marocco, onde evitare ritorsioni dagli ottomani. Lei riuscì a salire su un canotto di profughi, senza pagare neanche gli scafisti, offrendosi nature. I due contrabbandieri nefasti, appena sbarcati a Lampedusa si fecero arrestare per disperazione, rivelando pure il nascondiglio di un cugino gay di Gheddafi.

In un altro viaggio, durante una traversata atlantica, a bordo della nave da crociera “Tullia Quarto Pompino”, la nostra eroina fu scoperta in cabina mentre friggeva zucchini per marinarli alla scapece, con aceto e origano. La signora Trabucco in Davanzale non amava la cucina del ristorante, o forse non sapeva che i pranzi erano compresi nel prezzo della crociera. La puzza attivò un reparto di Navy Seal che irruppe in cabina, tramortendo di botte il povero Eristo. Donna Mené rispose al fuoco con una casseruola di peperoni a gratin, imbottiti di capperi e polpette di tacchino allevato nelle acciaierie di Tonchino.

I ragazzi, alcuni reduci da Abbottabad, altri provenienti da un provino della rivista musicale “Fame - Saranno famosi”, non erano perfettamente lucidi.

Una cinquina fu tramortita dal gas degli zucchini, un sesto, Antony Mc Tyner Quagliarulo, originario di casal di Principe (dove aveva fatto i primi allenamenti con casalesi e albanesi) prese a masticare un peperone e restò strozzato, gli altri quattro, aiutati dal marito che era rinvenuto, legarono la donna con un canapo da rimorchiatore, coprendole successivamente il volto con una bandiera irachena. Accertata la non nocività degli zucchini, le forze speciali andarono via con un elicottero trascinando con loro la barella di Mc Tyner Quagliarulo, poi allontanatisi dalla nave fecero brillare i peperoni in alto mare, che provocarono un’onda alta due metri e la gastrite a molti pesci.

La trabucco era anche una donna molto gelosa, ma lo faceva per senso di possesso, era gelosa anche della sua friggitrice e a volte non sapeva se picchiare la friggitrice e cambiar l’olio al marito o viceversa.

Non che il cavalier Davanzale fosse un uomo attraente, tutt’altro. Una questione di simbiosi. Fino alla scoperta del fossile infilato con la testa nella rena di quel ruscello, che aveva dalla parte del deretano una forma di donna, e di cui allupato s’innamorò, il nostro era un uomo decente. Eristo era poco più alto di un ministro veneto ma il viso, durante il menage coniugale, era andato via via modificandosi nel corso degli anni assomigliando sempre di più a un sedere di un capo indiano Apache novantenne. Nonostante ciò la Ermenia era gelosa.

Una volta, scopertolo a dialogare con la portiera del palazzo, che era più simile ad una portiera di una Wolkswagen che ad una donna (la custode d’estate però aveva l’abitudine di indossare solo un grembiule mentre sfaccendava in guardiola, e ramazzava di spalle), lo colpì con un ferro da stiro su quello che gli restava del volto. Il naso da aquilino, divenne da inquilino: depresso, e avere un naso depresso in quegli anni di rialzo dei tassi d’interesse delle donne per gli uomini fu controproducente. Le donne lo deviavano, nel senso che cambiavano marciapiedi. Don Peppino, quando si sottraeva dalle grinfie della consorte perché magari era influenzata (una di quelle volte le bagnò di notte le lenzuola di nascosto, sperando in una polmonite), riusciva al massimo ad avere un rapporto galeotto (di spalle) con la portiera ed era talmente veloce che Maria Tumefatta (la custode) gli sussurrava, in quei pochi secondi: «Ragionie’, potevate stare di più! Pure per cambiare l’ora legale all’orologio a ottobre lo si mette un’ora indietro, mica 50 secondi? »

Quindi un po’ di ragione a sospettare la Menè ce l’aveva, ma da qui a colpirlo nel costato con una lancia da Excalibur - comprata sulle bancarelle di Gerusalemme - ad ogni piè sospinto…

Questi atteggiamenti della donna, che se studiati alla University of Phoenix, avrebbero migliorati gli studi sulla psicologia della coppia depressa, o quantomeno avrebbero permesso al prof. Jhon Langley di trombarsi una ricercatrice italiana che glieli avrebbe sottoposti, facendogli avere, se non un Nobel, quantomeno un buon ricordo delle studiose italiane, avevano procurato atteggiamenti di sessualità confusa nel signor Eristo.

Una volta fu bloccato allo zoo di Nantes mentre tentava di infilare un anello nuziale nella zampa di una cicogna, voleva un bambino da lei. I sorveglianti del serraglio lo consegnarono ad un prete ambientalista e naturalista che spesso camminava nudo in parrocchia, il quale gli disse: «Sciocchino, non puoi sposare una cicogna, sei già sposato, vieni che ti catechizzo io ».

In un’altra fu preso dalle guardie svizzere mentre diceva messa nelle cantine vaticane, la cosa che insospettì gli alabardati furono le 15 bottiglie di Brunello di Montalcino, riserva speciale, che Pio XIII nell’evitare che fossero bevute dai nazisti le aveva barattate con 15 ebrei. All’ennesimo ostentazione del calice e al “Bevete questo è il mio sangue”, l’Oberst comandante delle guardie gli rifilò un calcio tra le gonadi (in San Pietro non è decente dire “palle”) e urlo in svizzero traslato: “A fijo de ‘na miniotta! Tè sei skolato tutto”, stavolta riconsegnandolo nudo e ricoperto di ceralacca rossa per i sigilli alla legittima proprietaria, la moglie.

Insomma, che matrimonio era stato? Un’unione tra un pavido sbrindellato e miserabile esemplare di uomo e una trebbiatrice?

Un connubio tra una bionda - essì, la Ermi era ben bionda, da dietro somigliava a Sandra Milo e sul davanti ad un covone di grano - che una volta scriveva romanzi noir, e ora li stava vivendo, ed un martire? (Ermenia prima di conoscerlo aveva scritto, “Morte sull’altare”, un noir liturgico che narrava di un omicidio di uno sposo trenta secondi dopo il si, perpetrato con uno sgambetto al nubendo, da un prete geloso. Il giudice scoprirà che la vittima non muore per lo sgambetto, e neanche per l’ostia avvelenata, ma durante la respirazione bocca a bocca che il sacerdote gli aveva comminata, infilandogli la lingua “a tourbillon” in gola).

Pensò il ragioniere: sono alla soglia dei settantanni e non so cosa significhi un sospiro d’amore. Quando colpisco di “sciabola veloce” la portiera alle spalle e sento un gemito, e la guardo riflessa nello

specchio della guardiola e mi rendo conto che non è un sussulto di piacere, ma perché sta contando le monete dell’ascensore e ne mancano un paio, mi sento una chiavica. Quando vado a letto con la consorte, tentando di sottrarmi all’abbraccio da boa, mentre mi sibila: «E questo tu lo chiami serpente?», mi sento umiliato come Brunetta veneto che non arriva al banco del bar per prendere il caffè e lo devono sollevare i ragazzi della scorta. Quando torno a casa e trovo un brodino a base di acqua e aglio “perché tonifica” le membra, tutte comprese, preparatomi dalla mia aguzzina. Tutte queste volte mi sento inappropriato, e inutile come un frigorifero nel deserto dell’Arizona senza convertitore a 110volts.

La sorte gli venne in aiuto. Il giorno della pensione, la signora Trabucco Davanzale, mentre era in fila fuori attendendo l’apertura degli sportelli, attrezzata di sdraio per la notte (la fila cominciava alle 23 del giorno precedente e i vecchi bivaccavano tutta la notte, alcuni morivano d’inedia, altri perché ingollavano una quantità di vino pari alla produzione mensile della ditta Tavernello), dopo aver dato un paio di borsettate della sua borsetta blindata, la k47, prodotta dalla Breda meccanica in collaborazione con la Beretta (alcune di queste borsette erano in dotazione alle vecchiette copte de Il Cairo e ci fulminavano i musulmani) credette di riconoscere in un vecchio signore il suo antico Peppino, il danzatore cieco suo primo amore.
In effetti era proprio lui, ora però vedeva, dopo un intervento chirurgico fattogli da un veterinario ebreo, da cui si era recato perché non vedendo aveva sbagliato a bussare.

Complice il buio, Peppino si commosse: «Mené, mio primo amore, sei proprio tu?» e tra lacrime e racconti, connivente un fiasco di Rosso di Travertino, un vino di 45° offerto da un mammutones sardo, che usava come miscela nel motorino e per disinfettare le pecore dopo la marchiatura, i due si fecero travolgere dalla passione e in modo indecente, si trombarono sulla sdraio. Non fu il crollo della sdraio a uccidere donna Ermenia, ma il grido di dolore che fece don Peppino

quando, alla luce di una torcia della guardia giurata che contrabbandava Viagra tra i vecchietti, vide effettivamente il viso della donna e urlò: «Madonna santa, Ermenia, e che cesso di femmina sei!»

Ermenia Trabucco praticamente schiattò dal dolore (o fu il panino con la pancetta di struzzo con cui aveva cenato). La camera ardente fu attrezzata nell’ufficio postale e fu sepolta con tutta la sedia a sdraio, insomma la sdraio funse da bara.

Ai funerali presenziò il direttore generale dell’Inps, che diede un premio speciale a quell’ufficio postale, che in un mese aveva provocato col suo malfunzionamento la morte di diciotto pensionati e due preti. Eristo Davanzale, affranto dal dolore si scolò come aperitivo tutto l’alcol edibile nel quartiere, compresi gli anticongelanti francesi raffinatissimi della Total, al sapore di Beaujolais.

Poi, con un gesto che i posteri considereranno insano, ma lui non lo saprà mai, cominciò una delicata operazione di alta cucina, principiò alla preparazione di una pasta e fagioli classica ma con contaminazioni gastronomiche dell’alta cucina berbera, armena e greco - cipriota. Soffrisse (pass. remoto di soffriggere) tutt’insieme, peperoncino afgano (sembra usato anche come detonatore negli attentati dell’11 settembre), aglio greco, cipolla turca, pancetta di capra armena, fegatini di cammello nano e cotiche di maiale di Avellino, il tutto portato a temperatura con un bicchiere di rosso elvetico (un vino svizzero che ultimamente sostituisce la grappa nei barilotti sottogola dei cani Sanbernardo). Quando aggiunse i fagioli scattarono le centraline d’allarme del reparto grandi ustionati di un ospedale vicino. Durante la cottura si sentirono le sirene di numerose ambulanze e Maria Tumefatta, la portiera, fu trasportata d’urgenza in una clinica dove partorì due gemelli russi senza mai essere incinta (d’altronde, a 72 anni…). Poi, con una cerimonia da processo di Norimberga, si sedette a tavola, con la stessa alterità dei giurati che condannarono Von Ribentropp a morte, e inforcando un cucchiaio appartenuto ad un caporale della Werhmacht, fece fuori trecentoventotto grammi di pasta e fagioli. Non fu la pietanza ad ucciderlo, anzi, la gustò e la digerì con una voluttà ebete, fumando, dopo trentanni anche un paio di sigarette padane, raffinatissime e fabbricate esclusivamente per Borghezio, realizzate con fieno croato e sterco di mulo di Asiago.

Una mezz’ora dopo, quando gli acidi gastrici finirono il loro lavoro, si mosse sulla poltrona per emettere quella che lui credeva una leggera flatulenza, invece fu un peto di portata 4,5 della scala Richter.

I Colli Eritrei, dove risiedeva da sposato con la ex consortata, furono evacuati in tre ore, ciononostante furono chieste le dimissioni di Bertolaso (che ormai faceva il vice preside nella scuola di musica Fausto Papetti di Fossombrone, adiacente al carcere).

Adagiò la testa sulla poltrona bergère, sorridendo alla maschera antigas che stava sul tavolino da the e che improvvidamente non aveva indossato, e morì. Tra le mani il libro “Morte sull’altare”, aperto a pagina 47, dove si leggeva:

“L'uomo recitò stancamente il suo indirizzo. La donna avviò il tassametro, sistemò lo specchietto, si avviò nel traffico. Sorridendo, accarezzò il coltello: «La chiamano Erri, vero?»

«Non mi sono chiamato sempre così, una volta ero Eristo...» - disse cantilenando le parole come swing.

«E tu bionda, una volta scrivevi romanzi noir, ora li vivi? », scartando di lato, mentre un cressi sub "Orca" di 18 centimetri, luccicante come un ascensore a Manhattan, si conficcò nel sedile di fianco alla sua coscia.

Il rumore di un sacchetto di patatine piccanti da due dollari scartocciato è sgradevole:

«Prendi una patatina, bambola?», le disse, mentre le appoggiava il sacchetto sulla spalla e la canna del silenziatore della sua Setsuko-Arasaka da 22 millimetri, sul collo bianco, come un sorbetto di Sorrento. Poi la legò al sedile col filo del suo perizoma e scese dalla macchina scoreggiando - un errore grave per Erri, la scientifica risalì al suo Dna analizzando l'aria del quartiere…”.

©Francesco Di Domenico 2011

XVI Edizione Premio Massimo Troisi

2 luglio 2011 Brano Vincitore


16 febbraio 2012

"Benvenuti in Casa Esposito"

 

        Benvenuti in Casa Esposito è una narrazione napoletana, nel più classico degli stili che ci si potesse aspettare, quello ereditato dal grande teatro partenopeo, e al contempo possiede al suo interno la levità del linguaggio del principe De Curtis, il tutto però forma uno stile nuovo e particolarissimo, quello di Pino Imperatore.
Negli anni questo scrittore ci aveva messo in preallarme, con opere preliminari, all’arrivo di quest’evento, con saggi umoristici di notevole spessore e con un lavoro incessante di coordinamento e guida dell’umorismo napoletano e nazionale attraverso il suo corso di Scrittura Umoristica dedicato ad Achille Campanile, unico nel suo genere in Italia e alla Presidenza della Sezione Scrittura Comica del Premio Massimo Troisi.

 

Il racconto è una mini pastorale che, partendo dal vulnus della mala vita, quella che può sembrare marginale - ma a Napoli non lo è perché coinvolge tutti gli strati della società - narra con un alibi umoristico la tragedia di tante famiglie lambite o coinvolte direttamente nel cancro dell’antistato, della vita borderline di chi, per destino di questa città, vi inciampa. Pino Imperatore dimostra una deliziosa capacità di umorismo e sarcasmo nell’innervare in questa storia, che a volerla leggere con altre lenti “è la storia”, l’idea sotterranea del progetto narrativo: entrare nel corpo della questione napoletana: la cultura del malaffare, quella costituzione non scritta che secoli di storia e di lassismo dei predoni che hanno posseduto la nazione partenopea, hanno contribuito a istituzionalizzare.
Ma stiamo parlando di un libro umoristico?

 

Sicuramente. Ci sono momenti, quando il sorriso diventa risata pura, e per questo e controindicato da leggere in metrò perchè gli altri passeggeri potrebbero guardarvi in modo strano. È classico affermare: è un romanzo corale ma è così, ogni personaggio vive di luce propria e autorevole, compresa un’iguana che si chiama Sansone e il coniglio Giggetto, per non parlare di un teschio che possiede una grande anima.
L’operazione della Giunti di mettere un prezzo bassissimo ad un’opera di 260 pagine, con una cover preziosa e un’impaginazione molto bella è encomiabile e può servire a calmierare il mercato editoriale che con i prezzi altissimi sembra sia esploso come con i compensi dei calciatori (ma sembra che sull’idea ci sia lo zampino di Imperatore).
 
“Benvenuti in Casa Esposito” - Giunti Editore - €10


26 ottobre 2011

"Diari Politici 1968/2012"

                                                          

Okay, comincio a vendere la pelle dell’orso…
Ci lavoro da quasi vent’anni, non è una cosa tipo “Diceria dell’untore” di Bufalino - a cui il maestro lavorò per 30 anni prima di pubblicarla - tutt’altro.
Cominciò per gioco, alla chiusura delle riviste satiriche (Il Male - Cuore - Satirycon) mi sentii orfano, la politica è vero, cominciava a far ridere da sola e non aveva più bisogno di noi, ma io sentivo il bisogno di codificare quelle ridicole nefandezze, cercare di ordinarle.
Mica poteva passare sott’occhi la immaginifica risata che si fecero all’europarlamento sulle dichiarazioni di Buttiglione, i suoi richiami alla radice cristiana, o la frase da fesso sulla ghigliottina che dice “sfumatura bassa” al boia che fu quella di Oreste Scalzone a commento del sequestro Moro: “Coniugare la terribile bellezza di quel 12 marzo 1977 (una manifestazione di 50 mila autonomi, ndr) a Roma con la geometrica potenza sviluppata in via Fani...”, una frase che se non fosse stata trucidamente infelice, avrebbe potuta entrare nel catalogo delle battute di Staino.

                                                                             

 

Ora sono in dirittura d’arrivo. Gli ultimi anni sono stati difficili, non li si può trasfigurare tranquillamente per far sorridere, sono già letteratura humour, buon ultimo il sorriso del nano Sarkò - uno che se fosse entrato in politica ai tempi di J. J. Chaban Delmas, Giscard D’Estaing e Mitterand (per non citare De Gaulle) al massimo avrebbe potuto fare la spalla a Fernandel, o andare a comprare le corde di chitarra a Brassens - che si è permesso di ridere del premier di una nazione amica e sorella.
Ecco. Scavare in questi anni mi ha deliziato. L’onomatopeica dei nomi di qualche terrorista, nome omen: Desdemona & Mezzasalma, quasi un impresa di pompe funebri, o la triste e ridicola ferocia che fa saltare in aria un uomo ricercatissimo come il braccio destro di Cutolo a pochi passi dai nostri servizi segreti: che bisognava citofonargli ai “servizi” per farli uscire dal palazzo e scendere in strada?
‘N’altro po’ lo finisco, poi vediamo chi lo edita.

                                                             

 

Per scrivere ho dovuto ristudiarmi la cronaca, che nel frattempo è diventata storia, e tante volte ho dovuto chiudere il cuore in un barattolo per evitare emozioni, perché la storia politica degli ultimi quarant’anni fa un po’ schifo e un po’ commuove, ne passo uno stralcio, uno stralcetto.

 

1976
        Gennaio
 16 del mese, nasce La Repubblica: ma non c’era già?
Ma no, il giornale. È piccolo e maneggevole. Grande protesta degli edili: non ci si può fare il cappello di carta ne avvolgervi la merenda, niente male, poco male, lo compreranno i liberal, gli operai non sanno chi sono, ma ne sentono la puzza, è gente che vorrebbe fare la rivoluzione a colpi di aragosta, ma non sa da dove cazzo cominciare.      
         Il gran comandante delle truppe rossocrociate stellate (il crociato, diciamocelo, perché la metà di questi veniva dalle parrocchie e dalle università cattoliche, chi diventava Formigoni e chi…), Renato Curcio, barricato in un duecamere e cucina di via Maderno a Milano, viene pizzicato mentre scarica la lavatrice e stende il bucato. Mai stendere canottiere con fori di proiettili.
Invitato dai caramba ad uscire con le mani alzate s’incazza e spara raffiche di mitra attraverso la porta (aveva da poco visto “Il deserto dei Tartari”, e credeva che i Tartarin di Tarascona fossero arrivati fino alla madunina), ma i carabinieri che non erano tartari ma neanche educande, sparano di più e il Curcio, uscendo con le mani alzate grida: “Arrendetevi o vi piglio a schiaffi!”, non gli credono e lo arrestano.
Finisce l’epoca dei fessi e comincia l’epoca delle carogne, il suo posto viene preso dall’Alberto Sordi del terrorismo, Il borghese piccolo piccolo Mario Moretti.
        Ultimo Tango a Parigi viene condannato al rogo, la lobby dell’olio d’oliva vince una grande battaglia, crollo delle quotazioni di burro in borsa. Molti che lo avevano dimenticato, o non lo sapevano, scoprono le ulteriori possibilità del corpo umano (oltre il meraviglioso 19”72 di Pietro Mennea).


30 settembre 2011

Rock Sentimentale - Patrizia Rinaldi

“Ora dico io: ma si deve essere proprio scemi a perdere pace per una che ti fa sentire un nulla, che ti fa sentire un neo bianco nella via lattea che si confonde nello sfondo. È volere bene ad un moscerino in un occhio quando vai in motorino…”

 

Patrizia Rinaldi è amica mia. C’è conflitto di interessi.
Patrizia Rinaldi è una solida scrittrice e, essendo io un autore piccolo ma comunque muratore di parole, diciamo scrittore con la cazzuola, sarei un suo collega.
C’è conflitto d’interesse.
Patrizia Rinaldi e pure bella (ma qui dove sta’ il conflitto?).
Rock sentimentale è il suo romanzo del 2011, romanzo non libro, perché quest’anno ha pubblicato Il Cavedio (Fernandel Editore), libro a quattro mani e una tenera antologia semi umoristica titolata Le felicità consumate (Cento Autori Editore).
La Rinaldi, che ha vinto una carriola di premi - ora non mi metto a elencarli, andate su Wikipedia - tra cui il Premio Elsa Morante, è convinta di aver scritto un libro per ragazzi, anche la El Edizioni ne è convinta (vi dice poco il nome El? È una storica casa editrice triestina, fin dal 1849, che essendo di proprietà Einaudi gestisce tutta la letteratura per ragazzi del colosso torinese).

 

Rock sentimentale è invece un romanzo grande e adulto. Narra un pezzo di società italiana attraverso una famiglia tipo, madre, figlio maschio, figlia femmina, padre - ghost (quasi tutti i padri sono fantasmi che aleggiano negli appartamenti). Il linguaggio adottato dalla scrittrice è impressionante talmente è preciso nella riproduzione del lessico giovanile, e se non conoscessi la sua età, direi che siamo davanti al fenomeno di una giovane promessa letteraria che ha meno di 22 anni.

 

Blanca Flaccovio Editore 2009

        Chi è il personaggio principale che non mi faccia dire “è una storia corale”? Mau, la madre, ex rock, ex giovane, ex (crede lei) bella?, con un nome che è un acronimo di Mena Assunta Umberta, sintetizzato per pudore? Con le nevrosi delle 40enni, con ancora nel sangue la Fender Telecaster e le vibrazioni di Springsteen, ma madre chioccia?

Oppure il figlio maschio Moo, così chiamato perché risponde sempre con indolenza napoletana alle richieste degli altri - “Si, mo’, adesso, mooò vengo…”? Moo che è amico/fratello di Pisolo, e che tutti e due insieme dovrebbero innamorarsi di Ludo, deabiondabellissima del liceo?
O Pisolo, che sarebbe Sergio, ma è Pisolo perché raramente è stato visto sveglio, perché lavora nella pizzeria del padre e non dorme, perché la camorra chiamata con eufemismo poetico/giovanile “Criminal”, gli fa saltare la pizzeria?
O Maria Stella? che la vorremmo tutti per figlia/sorella/fidanzata perché è tutto il positivo che una famiglia può avere - ma pure lei, oh, ne combina…
 
 
 
O è la musica il personaggio principale, l’oggetto animato, quasi soggetto, che viaggia carsico per le pagine?
È un coro greco indolente, tutte le voci della narrazione si sovrappongono e si uniscono senza preoccupazione, con uno statico determinismo, quella che definisco: “l’ineluttabilità della vita”, tutto sembra ineluttabile, come nella legge di Murphy, se deve accadere accadrà. Anche il lieto fine può accadere, come si fa a saperlo?
È un delizioso romanzo, ma via dalle categorie, facciamo scaffali da 10 a 70 anni nelle librerie e aboliamo i generi, ne guadagnerà la cultura.
Da leggere subito, magari a un tavolino da caffè, cercando di capire chi siamo noi, se la tenera e sconvolta madre Mau, o la deliziosa intelli/Maria Stella.
Siamo vecchi o giovani? O tuttinsieme?
 
ROCK SENTIMENTALE 
EL EDIZIONI
(Einaudi Ragazzi) €10.50
(Che mi sembra un prezzo ridicolo per 180 deliziose pagine)


23 settembre 2011

"CRONACHE DI INIZIO MILLENNIO" Laura Costantini & Loredana Falcone

 

« Mark Knopfler ha la straordinaria capacità di far emettere alla sua Schecter Custom Stratocaster dei suoni che paiono prodotti dagli angeli il sabato sera, quando sono esausti per il fatto di essere stati buoni tutta la settimana e sentono il bisogno di una birra forte. »
(Douglas Adams)
 
 
Un’antologia sugli anni dieci del duemila.
Il secolo breve non è che si aprì diversamente.
Bresci uccide il re d’Italia.
La drammatica Tosca di Puccini inaugura il secolo.
I Dire Straits, delicati e introversi lo chiudono, con la speranza di essere riusciti ad abbassare i toni, così come facevano nei locali dove suonavano, per permettere agli avventori di conversare.
Il terzo millennio si apre invece con la paura del millennium bag, che potrebbe azzerare i computer del mondo e bloccarlo, il mondo.
Sarà ben più disastroso invece l’incipit degli anni dieci. Il crollo delle Twin Tower è l’imprimitura del nuovo secolo, il “nulla sarà come prima”.
Il secolo delle grandi guerre è sostituito da quello delle microguerre, dallo spostamento delle anime povere, verso il mondo delle anime ricche, verso l’opulenza, confondendone la cultura e le religioni, in un patchwork meraviglioso di colori e saperi.
 
 
 

 

Cronache di inizio millennio - Historica Edizioni
        32 firme tra i migliori scrittori del panorama italiano (facciamo 32, visto che il sottoscritto vi partecipa in qualità di bidello), raccontano un giorno a cavallo di questi anni in Italia.
Molti sono esordienti, anche Gesualdo Bufalino lo era, a 61 anni.
Gli autori che si fanno cronisti per pezzetti di storia è una formidabile intuizione di Laura Costantini e Loredana Falcone, due scrittrici di razza che con l’editore di Historica, Francesco Giubilei, hanno fatto il miracolo, in meno di un anno, di riuscire a mettere insieme una cooperativa di fantastici e creativi writer, smuovere la loro pigrizia e fargli scrivere “a comando” un racconto per e di questi anni. Il libro è in stampa, rallentato dal fatto che i goduriosi tipografi si fermano a leggere e a discutere con passione (non sarà vero, ma fatemelo credere) questa vagonata di parole deliziose, di storia che si fa romanzo.

Molti di noi saranno presenti alla prima presentazione a Roma in via Saluzzo, 53 da Books & Brunch - dalle 19 alle 22, il 6 ottobre.
Sicuramente ci saranno Laura Costantini & Loredana Falcone.
 
Cronache di inizio millennio - Historica Edizioni €17.00
 
Se venite a piedi scendete alla fermata Pontelungo - linea A / Metrò, o alla stazione Tuscolana.


18 marzo 2011

Tamarreide - Un tamarro è per sempre di Floriana Tursi.

 
Tanti anni fa girava uno slogan: “Sorridere, la violenza della non-violenza” e in questo caso è conclamato, la Tursi vi farà violenza con quest’opera. Quando la scienza diventa divertimento, è il momento di leggere Floriana Tursi, allegra scienziata del comportamento coatto.
Lei gira per le strade di Napoli analizzando il nuovo barbaro, l’uomo che contravvenendo Darwin fa il percorso all’incontrario, l’involutore della specie.
Lo fa in modo scientifico, anche se il suo taccuino trasuda sghignazzi soddisfatti, come se fosse seduta in un palchetto del teatro Trianon ad osservare l’avanspettacolo.
        In Italia l’oggetto di studi della scrittrice è definito in tanti modi, dal cafone, al coatto, allo zotico. Ma lo screanzato, il ridondante e maldestro rompiscatole, il signore assoluto dell’insolenza indolente, a Partenope è detto “Il Tamarro”.
Una volta il “cafonciello”, apparteneva al ceto basso, era povero. Per essere alla moda degli attori americani e diventare biondo, faceva lo shampoo con la candeggina. Oggi, il Tamarro oggetto di studi dell’autrice, è un quasi borghese, è il nuovo ricco. Viaggia in Porsche Cayenne, si fa le meche dal parrucchiere in, e impreca contro Maroni per la tessera del tifoso (non sapendo di averlo votato).
        Nel libro, quest’universo di anime luccicanti - raccontate con un disincanto paraculo che ci fa credere in un vero saggio - queste strane bestie sfavillanti, che ci si parano davanti ogni giorno, possono sembrare iperboli inventate dall’autrice, per chi non conosce la città, ma sono una parte considerevole dell’universo della capitale del “Regno” (spesso sono gli stessi tamarri a dire: «Marò, quanti tamarri che ci sono!»). Certo che “i Tamarri” non sono una peculiarità strettamente napoletana, probabilmente il conto è pari in tutt’Italia, solo che i figli della sirena si agitano in modo più virulento e alzano la voce di più, facendo lievitare il novero dei luoghi comuni su questa città dolente. Ricordiamo un film francese dove il vecchio zio dice al nipotino che alzava la voce: «Smettila di agitarti come un italiano!», e certe disgustose cravatte verdi ostentate in televisione, sono un esempio di tamarrismo peninsulare accertato. Ma Napoli è Napoli.
La deliziosa esegesi che l’autrice ha messo a punto è un divertimento assoluto. Una varietà infinita di categorie umane, livellatesi negli ultimi trent’anni in una rozzezza edonistica, sono sottoposte ad esame autoptico – antropologico. Il come sia riuscita a penetrare con un bisturi dentro la carne viva dei figli dell’antico tamarro Masaniello, resta un piacevole mistero. Le forme della stupidità ostentata come ideologia da questo ceto neo-moderno fanno pensare all’uovo di Colombo, diamine! tutti abbiamo sotto gli occhi questa gente, ogni giorno, come mai non abbiamo pensato di raccontarla? Bhè, ci ha pensato Floriana Tursi.

 

Boopen-led editore euro 10


31 luglio 2010

Racconti d'estate (ma perchè d'inverno no?)

                                                   

Parto per la via Crucis vacanziera, mi annoierò a morte e dopo mi accorgerò che le vacanze sono una dolorosa pausa inutile se si vive una vita meravigliosa.

Tratto da questa deliziosa antologia, di quell'inesauribile sornione della letteratura napoletana che è Aldo Putignano (corroborato dall' enfant terrible Giancarlo Marino) uscita nella primavera del 2009: "Enciclopedia degli scrittori inesistenti", vi pubblico il mio brano.

In questo racconto cito Pietro Taricone, già un anno fa prevedevo, anche con ironia, un futuro intelligente per questo bel ragazzo che la storia ha ghermito anzitempo, certe persone sono destinate a rimanere belle per l'eternità, come lo fu per Norma Jean Baker, la nostra Marilyn.

 

Zuì El Khan, ????- (Fontana di Trevi - 1954 Wall Street Journal 2036/38),??
detto anche Ahmed Zovirax, anche conosciuto col nome di battaglia di Gamal El-Bixio (in onore di una sua bisnonna che cavalcò in Calabria col grande Nino)
Scrittore, giornalista, poeta e guerriero lombardo.
 
Zuì El Khan, figlio di un ragioniere di origine turca e di una turista calabrese, nacque, per espresso volere del padre, nella celebre fontana di Trevi, comprata dalle mani di un principe napoletano.
Trascorre i primi anni di vita nel manicomio di Fossombrone, insieme alla famiglia, ed è la che compone, a quattro anni, la sua prima piece teatrale “Vita distratta” , dove si narra di un sorvegliante ubriaco che dimentica la porta di un manicomio aperto.
Bambino precoce, dopo la primina, viene iscritto al liceo classico Primo Carnera di Cagate Brianza dove inizia la sua reale attività letteraria.  
        Senza avere mai conosciuto Bertolt Brecht, il giovane Gamal con grande maestria e genio lo evita accuratamente nell’inventare uno stile teatrale, superfluo e a tratti inutile. La formidabile idea di un “Teatro del niente”, venne al giovane Zovirax (chiamato così a scuola per una forma di herpes che gli impediva di parlare in gaelico) in una notte di luna piena radendosi allo specchio con la lampadina fulminata.
Il viaggio nel “dramma” lo aveva già fatto nascendo, ma El Khan voleva metterci qualcosa di più e inventò il “Teatro dell’incoscienza”. Una formidabile mistura di bugie e frottole succulente, raccontate con l’arte di un affabulatore come Vittorio Gasmann (somiglia terribilmente al grande Vittorio, ha lo stesso numero di scarpe), narrate a Milano dove si ammoccano tutto. E lo chiamò “dell’incoscienza” perché ben sapeva, che se lo avessero scoperto, lo avrebbero murato vivo nella ristrutturazione del”Piccolo Teatro”.
        Il successo non fu immediato, Dario Fò glielo aveva preannunciato, quando lo vide montare le mensole della cucina (crollarono sei barattoli di marmellata e uno di miele, la cucina fu inondata di api e Franca Rame, dopo essere stata punta, lo accusò di revanscismo durante un’assemblea di attori anarchici del nord-est ): “senza la livella, le mensole cadranno e non sarai scritturato neanche da un muratore, coglione”. La sua opera fu invece apprezzata senza riserve dal critico Nuzio Scevro che lo definì “ un antesignano di qualche cosa”.
Dopo aver composto l’elogio funebre per la morte di Giorgio Gaber, intitolato: “Meglio così”, fu rinchiuso in un canile municipale, dall’allora presidente della Provincia Ombretta Colli e liberato sotto cauzione (pagata dalla Kit-Kat, la Friskies si era già costituita parte civile in un processo parallelo, dove gli attori di una commedia di Zuì erano stati definiti “cani”).
        Nel 2012, accolto in udienza dal Papa Bicipite I (Sua Santità era un ex pugile, convertitosi al cristianesimo dopo l’abolizione della boxe), rimasto folgorato dal vedere una suora ucraina Dell’Ordine delle Badanti di Cristo mentre assisteva alle abluzioni del Santo Padre in t-shirt, scrisse i suoi due poderosi saggi cattolici: “Pederasti & Cineasti” (una lucida disamina dell’omosessualità nel “Nuovo Cinema Vaticano”) e il saggio “Teologia sessuale”, come si affronta il sesso in sagrestia e nelle altre dependance.
        Nel 2020, la svolta letteraria più importante. Mentre passeggiava per i vicoli di Manhattan, il vecchio Zuì fu sequestrato da un gruppo di ex attrici dell’Actor’s Studio e da un paio di casalinghe disperate, che lo solleticarono violentemente con una piuma nelle parti basse. Nel volantino di rivendicazione, firmato “Femministe Disattente”, il gruppo politico-sessuale ammise di averlo sequestrato per errore, il loro obbiettivo era Pietro Taricone, un ex attore italiano, diventato governatore della California.
Zuì, dopo l’accaduto si trasferì a Tunisi, nella terra dei Padri (sarebbe stata la Turchia, ma non trovò alberghi liberi a Istanbul) e scrisse il suo capolavoro, tradotto poi in tre lingue e dodici dialetti:
“Pensieri sullo sterco molle dei dromedari sulle dune a nord di Rabat”, un’antologia intensa e pregnante sulle vicende di Amal Al-Katzoun, un poeta e narratore berbero vissuto nel ‘900 e morto ad Agadir nel 1947 d.c. tentando di salvare il suo cammello impazzito che voleva abbeverarsi ad un distributore di benzina. Gli undici racconti seguono tutti uno stesso tema, quello del rapporto dell’uomo col suo animale, inteso anche in senso meta-fisico (l’altra metà, no!).
 
 
Della migrazione dalla sua terra, o dal suo giardino, in quella del suo vicino - sempre in viaggio - alla scoperta della di lui compagna Fatima, detta anche “Le doppie dune del deserto” per il prosperoso petto che ricordava le cupole della moschea di Ouarzazat.
Qui il tema della migrazione si fa passionale, perchè Amal, stravolgendo i canoni classici della letteratura Araba, di per se transumante per via dei molti arzigogoli fluttuanti della scrittura medio-orientale, la ferma, in modo occidentale; le blocca la poetica, riducendola a puro e, oseremmo dire mero e porco suo vantaggio, lasciandosi rotolare nello stallatico del ricovero dei cammellidi, insiemi alla ormai ex nobile consorte del suo amico, combinandosi, lui e la Fatima, come dei lerci concubini, che annullano poetiche e quant’altro in favore del ritorno alla natura (insomma...).
        Tornato a New York nel maggio del 2036 come consulente militare per un videogame edito dal Wall Street Journal, sulla guerra economica tra Iran e Iraq (un nipote di Saddam, dopo aver preso il potere, aveva bombardato le banche iraniane con bond argentini, avanzi del risarcimento americano), scomparve nei bagni dell’82 piano. Dopo due anni di ricerca non è stato ancora ritrovato il corpo, e neanche i resti di dodici infermiere svedesi che lo accompagnavano.
Alcune sue opere sono state rieditate ultimamente dai “Rotoloni Regina”.


8 maggio 2010

La Forza dei Ricordi - Alessandra Iannone

 

                                                                                                                         

 

Chi pensava che lo sperimentalismo, che dagli anni ’60 in poi, cumulato al linguaggio della cibernetica, del web, dell’evoluzionismo sintetico, avesse potuto uccidere la vecchia narrazione trova in questo libro una piacevole battuta d’arresto.
Ne “La Forza dei Ricordi” Alessandra Iannone racconta.
Indossa una veste d’organza a fiori, diventa sua nonna e, racconta.
Narra una vicenda a cavallo tra gli anni ’30 e ’40, personalissima ma universale perché simile a tante altre, in quel tempo in cui Dio vide i suoi figli tornare bestie, nella II guerra mondiale.
È una storia d’amore, che racconta un amore.
L’amore di una ragazza per sua nonna. Il ritorno ai primordi della letteratura, “Siediti – le dice la nonna – ti racconto una storia”, e comincia così a narrarle del suo drammatico, limpido, primo ed unico amore.
Sembra un romanzo ma è una storia vera, come tutti i romanzi che, o si sono avverati o lo faranno. Il linguaggio non avrebbe potuto essere diverso. L’amore, vero conflitto d’interesse tra nonna e nipote, riesce ad annullare la scrittrice, facendo diventare l’ava l’autentica autrice. Non facile.
Il racconto è una pagina delle migliaia di storie di quel periodo.
Le tragiche divisioni dei corpi dai sentimenti, che resero ancora più atroce quella guerra; gli amori divisi e i cuori spaccati a metà con l’accetta del dovere.
Un ragazzo che torna dal nord Italia alla sua città d’origine in visita a parenti.
Una ragazza che aspetta un amore da incontrare, girovagando con gli occhi.
Gli occhi che s’incontrano sono loro ad innamorarsi, in quegli anni dove solo gli occhi si potevano “toccare”.
Il racconto di Giugliano in Campania, solida città rurale, ruvida realtà dove l’ordine di una moralità codificata ed ottocentesca mette svariati cancelli davanti ad un sentimento limpidissimo.
Un epistolario intenso e bello, quando l’amore era un francobollo incollato su di una busta.
Le pagine s’inerpicano tra angosce e felicità improvvise, fino all’epilogo…
Ottima prova nell’opera prima di questa giovane avvocato.
La sua prima lettera Alessandra Iannone la ricevette appena nata dal sottoscritto, era un telegramma che recitava: “Benvenuta!”
Ho pronto un’altra missiva, stavolta sarà un e-mail: Benvenuta collega!”
 
                                      


1 giugno 2009

Maurizio De Angelis è un piccolo folle, un folletto.

Maurizio De Angelis & Didò 
Maurizio De Angelis & Didò a Ubik Libreria

Il PADRINO Parte Prima

Così Non Trova Traffico

Maurizio De Angelis è un folletto, no non un spiritello fiabesco, lui è proprio folle, ma non è alto come me.

E un immarcescibile figlio dei grandi umoristi battutisti del ‘900, i Marcello Marchesi, i Gino Bramieri, i Beppe Viola «Lei è mai stato innamorato?». «No, ho sempre fatto il benzinaio», quelli che con una frase ti facevano sghignazzare più che con un racconto intero.

Dopo aver vinto per due volte il Premio Troisi (la seconda giuria è ancora ricoverata al reparto maxilo-facciale dell’Ospedale Cardarelli con le mascelle ingessate) e aver scritto i testi di vari spettacoli e produzioni radiofoniche ha scritto un romanzo umoristico di 150 pagine (sarebbero 151, ma l’ultima mi serviva, per altro, peraltro).

E’ il principe dei luoghi comuni. Non lascia nulla al caso, trafigge il linguaggio comune, i pour parler, e li trascina in un vortice di frasi attaccate l’una dietro l’altra che, ovemai ne hai pronunciato una, una volta sola, ti fanno comprendere quanto sei cretino, non sempre, ma una tantum. De Angelis non media, colpisce con un fioretto acuminato, persino la dedica iniziale “Alla mia Musa, che ha fatto pochi chilometri”, ti lascia per un attimo interdetto. E’ l’amico sornione del liceo, quello che faceva spanciare le ragazze dalle risate; il congiunto che ai funerali, con un piccolo tocco di classe, coinvolgeva in risate tutto il corteo funebre, il “Conte Mascetti” di Amici miei.

E’ un bene che escano libri del genere, e meglio ancora che vengano pubblicati all’inizio dell’estate, la gente sulle spiagge vuole ridere, mica dare una mano a Maroni a respingere i barconi in Libia?




Lo presentano

Lunedì 8 giugno ore 18.00

Pino Imperatore e

Maurizio de Giovanni

Modera

Francesco Di Domenico

(chi modererà me?)

Ubik Libreria – via Benedetto Croce

Napoli




19 dicembre 2008

Regalo di Natale (il regalo me lo fate voi, leggendo il racconto).

Toh, Didò ne ha combinata un'altra; mi rivolterò nella tomba, e non ci sarà nessuno a rimboccarmi la lapide.

                                                          
Sì è natale. Voglio riscaldarvi i letti ed una buona lettura lo fa (suvvia non contestate, avete letto di peggio e, per fortuna, hanno abolito gli elenchi del telefono, quanti di noi si sono formati sulle pagine ingiallite del primo tomo dell'universo?). Non mi venite a dire che c'è già qualcuno/a che da' calore alle vostre gambe, quella si chiama carne, io non posso riscaldarla, e neanche lo spirito, mica sono Tolstoj, le frattaglie cerebrali, quelle si. Le mia è letteratura suppellettile, buona per il bagno. Se tutti avessero un Didò in bagno (mio Dio, no!), le cose filerebbero via lisce ed in modo allegro, l'umorismo è diuretico. Vi do in pasto il solito prete; io voglio bene ai sacerdoti, sono la metafora delle contraddizioni universali, combattono la guerra e benedicono le armi; combattono la violenza e danno dei sganassoni terribili durante l'ora di religione; predicano l'amore e...si sbattono fior di perpetue in canonica (qui non mi sembrano contraddittori).
Arriva Cesarino, occhio ragazze!

                             

                              Il natale di Don Cesare

Cesarino Scarrozzi aveva gia inscritto nel nome il suo destino, avrebbe fatto o l’autista o il prete. Cominciò a guidare a dodici anni pilotando improvvidamente il trattore del padre sull’aia del podere di Grottaferrata: uccise dodici galline e il vecchio cane Masaniello, un mastino napoletano che era sopravvissuto pure ai tank tedeschi, (che però era già malato di prostata). Dopo due giorni anche il gallo, entrato in depressione, tirò le cuoia. Fu allora che, per evitare le inevitabili, disgustose ritorsioni del padre Giacinto, detto “Nerbo di bue”: - “Scuoia immediatamente quelle galline e valle a vendere al mercato come carne macellata!”-, organizzò prima un funerale clandestino in piena regola, con bare ricavate da cassette di pesche nane, aspergendole con anticrittogamico benedetto (da lui) e seppellendo i pennuti poco lontano dall’orto, poi, dopo aver trafugato dei soldi dal cassetto della credenza, comprò al mercato dodici galline nuove di zecca ...insomma. Al padre raccontò di una miracolosa resurrezione e il povero Giacinto pregò per mesi genuflesso al pollaio; solo ogni tanto si chiedeva perché non fosse risorto anche il gallo, “ma si sa, noi maschi...”.

Successivamente Giacinto fu portato via dai carabinieri, per aver tentato di strangolare la moglie, rea di aver fatto una frittatona con pancetta e pecorino con le “uova sante”; a distanza di trent’anni i vicini ricordano ancora l’odore inebriante della rustica omelette e la sua tragica scomparsa dopo essere stata seppellita nell’orto dall’infoiato zotico, in attesa di resurrezione (della frittata o delle uova).

Dopo quegli eventi la madre lo incarcerò in un seminario e il ragazzo fu fatto prete; ma Cesarino era irrequieto e una volta, correndo in bicicletta verso il corteo vescovile, investì in pieno un terrificante monsignore che lo inviò, seduta stante, in missione in Corea, proprio durante la guerra. Fu fatto prigioniero e torturato da tutte le parti in conflitto, sud-coreani, nord-coreani, cinesi, e un monaco buddista gli diede un pugno sul naso quando tentò di trafugare una campana da un tempio per montarla su di un campanile del 38° parallelo. Fu salvato dagli americani che, pensando trasportasse una bomba, lo fecero brillare.

Ebbe la parrocchia a quarant’anni, quella di S. Ezioso a Villacedrata, un luogo ricco quasi solo di succosi cedri. Il borgo si era spopolato perché dopo l’avvento della Coca-Cola nessuno ordinava più cedrate ai bar - e in paese quella era l’unica produzione - ma Don Cesare, con tenacia, andava nei campi a predicare per attirare in chiesa un po’ di gente.

Durante quelle scorribande agresti il prelato pensava continuamente alla ripopolazione del borgo, ormai impoverito dalle migrazioni dei contadini, che al loro ritorno a Natale tornavano sempre stanchissimi (lavoravano quasi tutti in Svezia) e in quella settimana, tra un saluto ai parenti e una pizza aglio, peperoni e pancetta, raramente riuscivano ad assolvere ai doveri coniugali (era difficile passare dalle lenzuola setose svedesi ai talami di castagno abitati dalle irsute giovenche burine). Così Don Cesarino si tratteneva a consolare con una parola buona le mogli degli emigrati, che spesso lo invitavano a cena e qualche volta se il tempo minacciava, e in certi giorni di marzo il tempo minacciava spesso, a pernottare.

Quella primavera il tempo fu molto inclemente e il pretino passò molte notti lontano dalla sacrestia. Per natale il sindaco organizzò una grande festa, già a novembre c’era stato un aumento della popolazione repentino e provvido, gli abitanti, da trecento, erano passati a trecentotrenta, con un incremento del dieci per cento della popolazione. Don Scarrozzi, la sera della vigilia li avrebbe battezzati tutti insieme. Fu un natale luminoso.

Avrebbero potuti essere trentuno e forse più, ma il 31 marzo il sacerdote aveva avuto uno strano collasso, che lo aveva tenuto a letto per giorni, accudito dalla madre sessantenne di una contadina, una bella donna, timorata di Dio (ma solo di Lui), già in avanzato stato di menopausa, che sarebbe diventata la sua perpetua, perpetuamente.


Il racconto è gia uscito sulla pagina di Natale della superlativa Morena Fanti, e se volete farvi un giro lei sarà ben lieta di accogliervi, è un buon posto dove passare le vacanze di Natale.

http://www.scriveregiocando.it/natale8.htm


Buon Natale, mattacchioni.

sfoglia     giugno       
 
 




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Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

Arte & Artisti di Famiglia



        

Maria Chiara Di Domenico "Deserto d'oro"

          Scultura & Pittura
          
          
               
                
Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


 The Lord

The Saatchi Gallery - Contemporary art in London

Ahmed Al Safi - "Didò scrittore"




 

     


 

 

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