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gli occhi della memoria sono più acuti di quelli di uno sparviero


Diario


16 febbraio 2012

"Benvenuti in Casa Esposito"

 

        Benvenuti in Casa Esposito è una narrazione napoletana, nel più classico degli stili che ci si potesse aspettare, quello ereditato dal grande teatro partenopeo, e al contempo possiede al suo interno la levità del linguaggio del principe De Curtis, il tutto però forma uno stile nuovo e particolarissimo, quello di Pino Imperatore.
Negli anni questo scrittore ci aveva messo in preallarme, con opere preliminari, all’arrivo di quest’evento, con saggi umoristici di notevole spessore e con un lavoro incessante di coordinamento e guida dell’umorismo napoletano e nazionale attraverso il suo corso di Scrittura Umoristica dedicato ad Achille Campanile, unico nel suo genere in Italia e alla Presidenza della Sezione Scrittura Comica del Premio Massimo Troisi.

 

Il racconto è una mini pastorale che, partendo dal vulnus della mala vita, quella che può sembrare marginale - ma a Napoli non lo è perché coinvolge tutti gli strati della società - narra con un alibi umoristico la tragedia di tante famiglie lambite o coinvolte direttamente nel cancro dell’antistato, della vita borderline di chi, per destino di questa città, vi inciampa. Pino Imperatore dimostra una deliziosa capacità di umorismo e sarcasmo nell’innervare in questa storia, che a volerla leggere con altre lenti “è la storia”, l’idea sotterranea del progetto narrativo: entrare nel corpo della questione napoletana: la cultura del malaffare, quella costituzione non scritta che secoli di storia e di lassismo dei predoni che hanno posseduto la nazione partenopea, hanno contribuito a istituzionalizzare.
Ma stiamo parlando di un libro umoristico?

 

Sicuramente. Ci sono momenti, quando il sorriso diventa risata pura, e per questo e controindicato da leggere in metrò perchè gli altri passeggeri potrebbero guardarvi in modo strano. È classico affermare: è un romanzo corale ma è così, ogni personaggio vive di luce propria e autorevole, compresa un’iguana che si chiama Sansone e il coniglio Giggetto, per non parlare di un teschio che possiede una grande anima.
L’operazione della Giunti di mettere un prezzo bassissimo ad un’opera di 260 pagine, con una cover preziosa e un’impaginazione molto bella è encomiabile e può servire a calmierare il mercato editoriale che con i prezzi altissimi sembra sia esploso come con i compensi dei calciatori (ma sembra che sull’idea ci sia lo zampino di Imperatore).
 
“Benvenuti in Casa Esposito” - Giunti Editore - €10


29 dicembre 2011

Agi Berta, una voce ungherese nell'Europa del Silenzio.

 

Agi Berta

 
 
Non mi occupo di politica, non più, ora farei lo scrittore, contrabbandando favole surreali, a volte per far sorridere, tante altre, per condividere parole. Ma il gioco si fa duro. Il paese dei campanelli, la dolce Ungheria è sotto il giogo di una “dittatura democratica”, uno dei rischi più gravi per la democrazia, specialmente per chi ricorda storicamente come arrivò al potere Hitler e come ci è arrivato il satrapo nostrano, la mia amica Agi Berta ha lanciato un grido di dolore dalle pagine di Facebook, copio le sue parole e condivido sul mio blog.
Agi Berta è un’intellettuale ungherese naturalizzata italiana, vive a Napoli da moltissimi anni, dove ha due figlie e due amori, il golfo partenopeo e la sua amata Ungheria. Quest’estate ha collaborato con Andrea Tarquini su  “La Repubblica”, aiutando il brillante giornalista a districarsi nell’inquietante magma politico che si sta creando in quel paese.
       
        “Mi sono sempre chiesta come è stato possibile a trasformare in pochi anni  la repubblica di Weimar in uno stato nazista. Beh la sto imparando dalla scansione delle nuove leggi introdotti in Ungheria dal primo ministro Orban. Secondo Liberation con le nuove norme elettorali introdotte in Ungheria ad Orban basterà raggiungere il 25% dei voti per farlo diventare una maggioranza di 2/3.
        L’Ungheria dunque non avrà bisogno di imbrogliare le elezioni come succede nella Russia di Putin, perché le regole stesse permettono delle pesanti falsificazioni. Gabor Schering (LMP) aveva dichiarato che la legge attualmente in vigore di fatto impedisce che i cittadini possano cambiare il governo.
        Anche il sistema di tassazione è catastrofico. In un momento di grave crisi lo stato perde 1,6 miliardi di euro perché i ricchi pagano la stessa percentuale di tasse che i poveri. Mentre i salari dei poveri, dunque la stragrande maggioranza degli ungheresi, sono pesantemente abbassati a causa delle tasse, i ricchi pagando la stessa percentuale di fatto pagano pochissimo. Poiché anche questa “ tassazione a quota unica” è legge dello stato, sarà impossibile cambiarla.
Perfino Orban aveva riconosciuto con molta compiacenza d’aver legato la mano di ogni futuro governo.
        In questa settimana inoltre è stata accettata una nuova norma parlamentare che, di fatto, impedisce i dibattiti parlamentari. Il giorno prima di Natale il parlamento ungherese aveva coniato 17 (DICIASSETTE) nuove leggi senza alcun dibattito. Ciò aveva fatto infuriare l'esigua opposizione…che è stata arrestata per aver osato protestare. E' vero, poche ore dopo sono stati tutti rilasciati - tra cui il precedente primo ministro Ferenc Gyurcsany - ma le leggi sono stati comunque accettate. E si tratta di leggi che influenzeranno pesantemente tutto il futuro della politica ungherese ovviamente in una direzione autoritaria.
        La stragrande maggioranza degli ungheresi non sa niente di queste manovre, ne degli scioperi, tanto meno dello sciopero di fame per la stampa libera di molti giornalisti, o di tante altre norme truffe introdotte perché a causa della legge bavaglio anche le tv private sono costretti ad autocensura. Solo i cittadini che leggono i pochi giornali ancora liberi sono almeno informati, ma di fatto sono sotto ricatto. Molti amici miei mi chiedono di non inserire commenti politici sulla loro bacheca. Temono licenziamenti e ritorsioni, anche solo per aver un contatto FB eversivo come me (sic!).
 
Agi Berta e Ferenc Karinthy, scrittore e novellista ungherese (1921/1992)
 
        Dopo aver imbavagliato i media, Orban aveva “riformato” anche la giustizia e ciò aveva reso possibile rivedere le condanne inflitte agli estremisti di destra dopo gli scontri del 2006. L’età pensionabile dei giudici è sceso da 70 a 62 cosi i neofascisti al governo si sono liberati dei 300 giudici di maggior prestigio e esperienza. (perdonatemi ma non mi va più di usare sinonimi soft come "bonapartisti, reazionari" sono fascisti e basta!)
 Agi Berta (anni '80)
E’ inquietante la concentrazione di potere nelle mani di Tunde Hando – amica intima della famiglia di Orban nonché moglie di un eu parlamentare fidesz – nominata per 9 anni a guidare l’ufficio nazionale degli affari di giustizia. L’unica persona che ha osato alzare la voce contro questo provvedimento è sta Andras Baka, presidente della corte suprema ed è stato immediatamente rimosso dalla sua posizione.
L’ UE tace. Certo, è presa da altri problemi ben più importanti che non la trasformazione di un paese piccolo piccolo in regime fascista. Forse si illudono che se le cose si mettono male, se lo scontro finale a cui Orban si sta preparando diventa effettivo, potrebbero "mangiarlo in un solo boccone" come fece il lupo cattivo con Cappuccetto Rosso. ma non è cosi. I bocconi avvelenati avvelenano tutti.”
God save Hungary! Per favore diffondete.
(magari dopo aver corretto gli errori ortografici)
 
Agi Berta


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11 dicembre 2011

Musica a Napoli - Marcel Gris

                                                                

«Dai, perché non vieni?» - Mi ha detto Titty Perna - «c’è mio fratello che suona il basso». Che io sappia il fratello fa il penalista. Non si capisce più niente, veterinari che fanno gli scrittori, medici anestesisti che presentano vernissage di pittura post-impressionista e avvocati che suonano.
Al Good Fellas, su al Vomero - Napoli - Italia. E che cos’è questo posto? Ma è il vecchio Grottino degli anni’70 dove gli amplificatori lanciavano a palla Donna Summer con toni talmente alti, che dicendo ad una ragazza «scusa ti sposti?» mi ci trovai fidanzato. Chissà cosa diavolo aveva capito, perché tentò di estrarmi la lingua in una magnifica respirazione bocca a bocca.
Oggi tutti a ragionare sul millennio che dovrebbe durare non più di 12 anni, con l’I-phone che può programmarti pure il diabete e poi?

                                                                     

 

Un sabato sera italiano come quelli cantati da Sergio Caputo 30 anni fa, con in più qualche pietanza strana, cibo greco o l’istituzionalizzato kebab che mangiavamo a Parigi quando eravamo a corto di franchi, merenda da suk.
Parlo in generale, il Good Fellas è delizioso e, sopratutto, gentile, il che non è poco.
Tutto è solo più diluito: perché mai si cazzeggia fino alle 23/24 per andare a letto tardissimo? È anche controproducente per le coppie che poi dopo hanno intenzione di fare bunga bunga in qualche motel, si arriva sfiniti alla meta.
Puzza sotto il naso (la mia), snobismo di chi infilava gli spinotti nelle consolle del suono di Pino Daniele, intervistava a cena Toni Esposito, caricava gli amplificatori Cabotron degli Osanna sui vecchi Ford Transit a sei ruote e beveva ancora la Peroni (oggi per bere una birra hai bisogno di un manuale celtico).

 

Primo stupore positivo: sono io che ho 20 anni di nuovo o questi fanno “Ritorno al futuro”? Basso, chitarra, batteria e tastiere. Formazione classic ’70.
Il cantante a mani vuote: bene, niente strumenti palliativi per nascondere il fatto di essere stato messo lì con poca voce a riempire il palco: ha un solo strumento, la voce e si sente subito. Impostata bene e perfettamente sincronizzata col basso. E il basso da una base ritmica straordinaria: è l’impalcatura del gruppo (avrei voluto dire di no, per far arrabbiare la sorella).
Le sonorità sono puro ritorno agli anni ’70, tanto per stabilire che in 40 anni non è successo nulla. La batteria è pastosa, nonostante non è la personale del batterista, ma quella in dotazione al locale - avremmo gradito una locomotiva in finale, siamo convinti che il drummer ne sarebbe stato capace, ormai la sala era calda - e qualche performance in più del chitarrista che vedevamo capace di sonorità english alla Steve Winwood. Comunque.
Contaminati da Battisti e Stadio, forse un po’ troppo da Blu Vertigo, lanciano nell’aere la voglia di easy, di inutilità della sperimentazione: la gente vuole musica e loro sembrano riprendere il motto degli Stones: It's Only Rock'n'Roll.

 

Raffinatissima la confezione del cd, grafica elegante con all’interno un remake dell’Uomo con la bombetta di Magritte.
Un progetto che sembra uniformarsi al pensiero del grande surrealista:

« Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto. »
(René Magritte)
Come la musica, direi io




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26 ottobre 2011

"Diari Politici 1968/2012"

                                                          

Okay, comincio a vendere la pelle dell’orso…
Ci lavoro da quasi vent’anni, non è una cosa tipo “Diceria dell’untore” di Bufalino - a cui il maestro lavorò per 30 anni prima di pubblicarla - tutt’altro.
Cominciò per gioco, alla chiusura delle riviste satiriche (Il Male - Cuore - Satirycon) mi sentii orfano, la politica è vero, cominciava a far ridere da sola e non aveva più bisogno di noi, ma io sentivo il bisogno di codificare quelle ridicole nefandezze, cercare di ordinarle.
Mica poteva passare sott’occhi la immaginifica risata che si fecero all’europarlamento sulle dichiarazioni di Buttiglione, i suoi richiami alla radice cristiana, o la frase da fesso sulla ghigliottina che dice “sfumatura bassa” al boia che fu quella di Oreste Scalzone a commento del sequestro Moro: “Coniugare la terribile bellezza di quel 12 marzo 1977 (una manifestazione di 50 mila autonomi, ndr) a Roma con la geometrica potenza sviluppata in via Fani...”, una frase che se non fosse stata trucidamente infelice, avrebbe potuta entrare nel catalogo delle battute di Staino.

                                                                             

 

Ora sono in dirittura d’arrivo. Gli ultimi anni sono stati difficili, non li si può trasfigurare tranquillamente per far sorridere, sono già letteratura humour, buon ultimo il sorriso del nano Sarkò - uno che se fosse entrato in politica ai tempi di J. J. Chaban Delmas, Giscard D’Estaing e Mitterand (per non citare De Gaulle) al massimo avrebbe potuto fare la spalla a Fernandel, o andare a comprare le corde di chitarra a Brassens - che si è permesso di ridere del premier di una nazione amica e sorella.
Ecco. Scavare in questi anni mi ha deliziato. L’onomatopeica dei nomi di qualche terrorista, nome omen: Desdemona & Mezzasalma, quasi un impresa di pompe funebri, o la triste e ridicola ferocia che fa saltare in aria un uomo ricercatissimo come il braccio destro di Cutolo a pochi passi dai nostri servizi segreti: che bisognava citofonargli ai “servizi” per farli uscire dal palazzo e scendere in strada?
‘N’altro po’ lo finisco, poi vediamo chi lo edita.

                                                             

 

Per scrivere ho dovuto ristudiarmi la cronaca, che nel frattempo è diventata storia, e tante volte ho dovuto chiudere il cuore in un barattolo per evitare emozioni, perché la storia politica degli ultimi quarant’anni fa un po’ schifo e un po’ commuove, ne passo uno stralcio, uno stralcetto.

 

1976
        Gennaio
 16 del mese, nasce La Repubblica: ma non c’era già?
Ma no, il giornale. È piccolo e maneggevole. Grande protesta degli edili: non ci si può fare il cappello di carta ne avvolgervi la merenda, niente male, poco male, lo compreranno i liberal, gli operai non sanno chi sono, ma ne sentono la puzza, è gente che vorrebbe fare la rivoluzione a colpi di aragosta, ma non sa da dove cazzo cominciare.      
         Il gran comandante delle truppe rossocrociate stellate (il crociato, diciamocelo, perché la metà di questi veniva dalle parrocchie e dalle università cattoliche, chi diventava Formigoni e chi…), Renato Curcio, barricato in un duecamere e cucina di via Maderno a Milano, viene pizzicato mentre scarica la lavatrice e stende il bucato. Mai stendere canottiere con fori di proiettili.
Invitato dai caramba ad uscire con le mani alzate s’incazza e spara raffiche di mitra attraverso la porta (aveva da poco visto “Il deserto dei Tartari”, e credeva che i Tartarin di Tarascona fossero arrivati fino alla madunina), ma i carabinieri che non erano tartari ma neanche educande, sparano di più e il Curcio, uscendo con le mani alzate grida: “Arrendetevi o vi piglio a schiaffi!”, non gli credono e lo arrestano.
Finisce l’epoca dei fessi e comincia l’epoca delle carogne, il suo posto viene preso dall’Alberto Sordi del terrorismo, Il borghese piccolo piccolo Mario Moretti.
        Ultimo Tango a Parigi viene condannato al rogo, la lobby dell’olio d’oliva vince una grande battaglia, crollo delle quotazioni di burro in borsa. Molti che lo avevano dimenticato, o non lo sapevano, scoprono le ulteriori possibilità del corpo umano (oltre il meraviglioso 19”72 di Pietro Mennea).


30 settembre 2011

Rock Sentimentale - Patrizia Rinaldi

“Ora dico io: ma si deve essere proprio scemi a perdere pace per una che ti fa sentire un nulla, che ti fa sentire un neo bianco nella via lattea che si confonde nello sfondo. È volere bene ad un moscerino in un occhio quando vai in motorino…”

 

Patrizia Rinaldi è amica mia. C’è conflitto di interessi.
Patrizia Rinaldi è una solida scrittrice e, essendo io un autore piccolo ma comunque muratore di parole, diciamo scrittore con la cazzuola, sarei un suo collega.
C’è conflitto d’interesse.
Patrizia Rinaldi e pure bella (ma qui dove sta’ il conflitto?).
Rock sentimentale è il suo romanzo del 2011, romanzo non libro, perché quest’anno ha pubblicato Il Cavedio (Fernandel Editore), libro a quattro mani e una tenera antologia semi umoristica titolata Le felicità consumate (Cento Autori Editore).
La Rinaldi, che ha vinto una carriola di premi - ora non mi metto a elencarli, andate su Wikipedia - tra cui il Premio Elsa Morante, è convinta di aver scritto un libro per ragazzi, anche la El Edizioni ne è convinta (vi dice poco il nome El? È una storica casa editrice triestina, fin dal 1849, che essendo di proprietà Einaudi gestisce tutta la letteratura per ragazzi del colosso torinese).

 

Rock sentimentale è invece un romanzo grande e adulto. Narra un pezzo di società italiana attraverso una famiglia tipo, madre, figlio maschio, figlia femmina, padre - ghost (quasi tutti i padri sono fantasmi che aleggiano negli appartamenti). Il linguaggio adottato dalla scrittrice è impressionante talmente è preciso nella riproduzione del lessico giovanile, e se non conoscessi la sua età, direi che siamo davanti al fenomeno di una giovane promessa letteraria che ha meno di 22 anni.

 

Blanca Flaccovio Editore 2009

        Chi è il personaggio principale che non mi faccia dire “è una storia corale”? Mau, la madre, ex rock, ex giovane, ex (crede lei) bella?, con un nome che è un acronimo di Mena Assunta Umberta, sintetizzato per pudore? Con le nevrosi delle 40enni, con ancora nel sangue la Fender Telecaster e le vibrazioni di Springsteen, ma madre chioccia?

Oppure il figlio maschio Moo, così chiamato perché risponde sempre con indolenza napoletana alle richieste degli altri - “Si, mo’, adesso, mooò vengo…”? Moo che è amico/fratello di Pisolo, e che tutti e due insieme dovrebbero innamorarsi di Ludo, deabiondabellissima del liceo?
O Pisolo, che sarebbe Sergio, ma è Pisolo perché raramente è stato visto sveglio, perché lavora nella pizzeria del padre e non dorme, perché la camorra chiamata con eufemismo poetico/giovanile “Criminal”, gli fa saltare la pizzeria?
O Maria Stella? che la vorremmo tutti per figlia/sorella/fidanzata perché è tutto il positivo che una famiglia può avere - ma pure lei, oh, ne combina…
 
 
 
O è la musica il personaggio principale, l’oggetto animato, quasi soggetto, che viaggia carsico per le pagine?
È un coro greco indolente, tutte le voci della narrazione si sovrappongono e si uniscono senza preoccupazione, con uno statico determinismo, quella che definisco: “l’ineluttabilità della vita”, tutto sembra ineluttabile, come nella legge di Murphy, se deve accadere accadrà. Anche il lieto fine può accadere, come si fa a saperlo?
È un delizioso romanzo, ma via dalle categorie, facciamo scaffali da 10 a 70 anni nelle librerie e aboliamo i generi, ne guadagnerà la cultura.
Da leggere subito, magari a un tavolino da caffè, cercando di capire chi siamo noi, se la tenera e sconvolta madre Mau, o la deliziosa intelli/Maria Stella.
Siamo vecchi o giovani? O tuttinsieme?
 
ROCK SENTIMENTALE 
EL EDIZIONI
(Einaudi Ragazzi) €10.50
(Che mi sembra un prezzo ridicolo per 180 deliziose pagine)


23 settembre 2011

"CRONACHE DI INIZIO MILLENNIO" Laura Costantini & Loredana Falcone

 

« Mark Knopfler ha la straordinaria capacità di far emettere alla sua Schecter Custom Stratocaster dei suoni che paiono prodotti dagli angeli il sabato sera, quando sono esausti per il fatto di essere stati buoni tutta la settimana e sentono il bisogno di una birra forte. »
(Douglas Adams)
 
 
Un’antologia sugli anni dieci del duemila.
Il secolo breve non è che si aprì diversamente.
Bresci uccide il re d’Italia.
La drammatica Tosca di Puccini inaugura il secolo.
I Dire Straits, delicati e introversi lo chiudono, con la speranza di essere riusciti ad abbassare i toni, così come facevano nei locali dove suonavano, per permettere agli avventori di conversare.
Il terzo millennio si apre invece con la paura del millennium bag, che potrebbe azzerare i computer del mondo e bloccarlo, il mondo.
Sarà ben più disastroso invece l’incipit degli anni dieci. Il crollo delle Twin Tower è l’imprimitura del nuovo secolo, il “nulla sarà come prima”.
Il secolo delle grandi guerre è sostituito da quello delle microguerre, dallo spostamento delle anime povere, verso il mondo delle anime ricche, verso l’opulenza, confondendone la cultura e le religioni, in un patchwork meraviglioso di colori e saperi.
 
 
 

 

Cronache di inizio millennio - Historica Edizioni
        32 firme tra i migliori scrittori del panorama italiano (facciamo 32, visto che il sottoscritto vi partecipa in qualità di bidello), raccontano un giorno a cavallo di questi anni in Italia.
Molti sono esordienti, anche Gesualdo Bufalino lo era, a 61 anni.
Gli autori che si fanno cronisti per pezzetti di storia è una formidabile intuizione di Laura Costantini e Loredana Falcone, due scrittrici di razza che con l’editore di Historica, Francesco Giubilei, hanno fatto il miracolo, in meno di un anno, di riuscire a mettere insieme una cooperativa di fantastici e creativi writer, smuovere la loro pigrizia e fargli scrivere “a comando” un racconto per e di questi anni. Il libro è in stampa, rallentato dal fatto che i goduriosi tipografi si fermano a leggere e a discutere con passione (non sarà vero, ma fatemelo credere) questa vagonata di parole deliziose, di storia che si fa romanzo.

Molti di noi saranno presenti alla prima presentazione a Roma in via Saluzzo, 53 da Books & Brunch - dalle 19 alle 22, il 6 ottobre.
Sicuramente ci saranno Laura Costantini & Loredana Falcone.
 
Cronache di inizio millennio - Historica Edizioni €17.00
 
Se venite a piedi scendete alla fermata Pontelungo - linea A / Metrò, o alla stazione Tuscolana.


24 aprile 2011

"Notte in Arabia" - Vita e Storia di Gianmarco Bellini, il ragazzo che voleva volare.

                                   

 

Cosa fatta capo ha.
Notte in Arabia ha avuto una gestazione lunga. Non avevo quasi mai scritto cose che non dovessero attirare un sorriso, noi umoristi siamo tristi dentro e allegri fuori e cerchiamo di scrivere parole che non molestino i cuori.
 

 

 

Ci ho messo tre lunghi anni e nel quarto cercavo un editore che si sobbarcasse l’onere (l’onore?) di pubblicarlo.
La storia di un uomo semplice che si trova, non suo malgrado, ma neanche cercandosela a tutti i costi, di dover passare alla storia con il sostantivo pesante come una lapide di “Eroe”.
Aldo Putignano, un coraggioso direttore editoriale napoletano, dai modi anglosassoni, dopo che grandi editori del nord lo avevano rifiutato perché “non aveva riscontro commerciale” disse: si fa!
 
 
 
È una storia d’amore, tra un uomo e la sua voglia di volare, a Saint-Exupéry andò male e il piccolo principe scomparve nel suo oceano, a Gianmarco Bellini andò male parzialmente. Si salvò dopo 47 giorni di torture ad Abu-Grahib. Epperò, nonostante questo e la sua medaglia d’argento al valor militare - massimo riconoscimento in vita - conferitagli da Cossiga, non ebbe e ancora non ha avuto la promozione, naturale e dovuta, a generale - tanti culipiatti da scrivania del suo corso, lo sono diventati senza spostare una cloche, ne sparare un colpo.
 
                                 
                                  Il comandante Gianmarco Bellini 1990
 

La biografia è romanzata, se così non fosse le persone se la scriverebbero da soli, ma sarebbe un semplice curriculum. È l’interpretazione di tutte le notizie raccolte, come i colori del cielo, che dipinti su tela lasciano riveder le stelle.

Mentre si ragionava sull’uscita eventuale, e sulla sua stampa: “ È un libro per Natale? A gennaio no, la gente legge poco…”, non ci rendemmo conto che:

1) Era il ventesimo anniversario dell’inizio della I guerra in Iraq.
2) Che stava per arrivare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
 

 Bellini, la giornalista Lilli Gruber e Maurizio Cocciolone

Fu un Serendipity, un incidente fortunato. La destra politica nazionale, di cui mi importa poco o niente, infilò la pubblicazione nelle operazioni di festeggiamento del 150° dell’Unità d’Italia. Non so se per calcolo politico mediatico o per reale interesse per l’opera e la storia di questo limpido eroe, fatto sta che andammo a presentarlo al Senato. Uno dei promotori, insieme al senatore Gramazio, il presidente dei senatori del Pdl Gasparri, arrivò alle 11.52, otto minuti prima della fine della conferenza stampa di presentazione - che si protraeva dalle 11.00. Un personaggio del genere ha sicuramente poco tempo per tutto e potrebbe essere giustificato nell’essere superficiale - anche se un suo antico maestro, di cui lui è stato epigono - Benito Mussolini, si preoccupava anche, con puntiglioso scrupolo, della “piantumazione sbagliata delle querce lungo la strada da Roma a Pescara” - lui forse meno, ma la superficialità non la potrò perdonare mai, a nessuno.

 

da sx Sen. Gasparri - Col. Bellini - Sen. Gramazio - F. Di Domenico

 Il politico in questione, andò via senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse l’autore, ergo, ne tantomeno di stringergli la mano, cosa che apprezzai lievemente (non amo stringere mani a iosa).

   

                                  Maria Chiara Di Domenico - Deserto d'oro - tempera e oro su cartoncino

 M. Chiara Di Domenico, ha interpretato coi colori alcuni brani di "Notte in Arabia" - Boopen-Led Editore.

"...16 gennaio 1991

 Alle nove volevo dormire, il “Mombo” mi aveva offerto delle noccioline con vino bianco; fuori il deserto era ancora dorato di tramonto, una lamina sottile come quelle striscioline che i restauratori attaccano alle cornici..."
"... Si vola verso l’Oman, deserto giallo, dall’alto il caldo non si vede, tutto è liscio come un gelato al melone contro il cielo azzurro; una linea netta, geometrica, divide il mare di sabbia giallo dal lenzuolo azzurro..."
© Maria Chiara Di Domenico 2011/Issoudun - France
 
Ora Siamo un po’ in giro per l’Italia, Gianmarco Bellini ed io, saremo nella splendida Montichiari, in provincia di Brescia, il 28 aprile, ospiti del Comune e dell'  Istituto Tecnico - Liceo Aeronautico Antonio Locatelli di Bergamo.
 
Il 10 giugno ospiti della  meravigliosa Sorrento e della promoter Carolina Ciampa a cui il comune ha chiesto il patrocinio della presentazione.
 
È una storia italiana, di quelle che si possono esportare.
Le barzellette no, quelle è meglio raccontarle in privato, davanti ad un bicchiere di rosso.

 ...dimenticavo, la copertina "A night in Mesopotamia" è stata creata espressamente da Ahmed Al Safi, uno dei massimi scultori e pittori iracheni (trovate notizie su di lui qui di fianco). E' una contraddizione deliziosa, il bombardato e colui che, purtroppo, dovette eseguire l'ordine di bombardare.

 




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18 marzo 2011

Tamarreide - Un tamarro è per sempre di Floriana Tursi.

 
Tanti anni fa girava uno slogan: “Sorridere, la violenza della non-violenza” e in questo caso è conclamato, la Tursi vi farà violenza con quest’opera. Quando la scienza diventa divertimento, è il momento di leggere Floriana Tursi, allegra scienziata del comportamento coatto.
Lei gira per le strade di Napoli analizzando il nuovo barbaro, l’uomo che contravvenendo Darwin fa il percorso all’incontrario, l’involutore della specie.
Lo fa in modo scientifico, anche se il suo taccuino trasuda sghignazzi soddisfatti, come se fosse seduta in un palchetto del teatro Trianon ad osservare l’avanspettacolo.
        In Italia l’oggetto di studi della scrittrice è definito in tanti modi, dal cafone, al coatto, allo zotico. Ma lo screanzato, il ridondante e maldestro rompiscatole, il signore assoluto dell’insolenza indolente, a Partenope è detto “Il Tamarro”.
Una volta il “cafonciello”, apparteneva al ceto basso, era povero. Per essere alla moda degli attori americani e diventare biondo, faceva lo shampoo con la candeggina. Oggi, il Tamarro oggetto di studi dell’autrice, è un quasi borghese, è il nuovo ricco. Viaggia in Porsche Cayenne, si fa le meche dal parrucchiere in, e impreca contro Maroni per la tessera del tifoso (non sapendo di averlo votato).
        Nel libro, quest’universo di anime luccicanti - raccontate con un disincanto paraculo che ci fa credere in un vero saggio - queste strane bestie sfavillanti, che ci si parano davanti ogni giorno, possono sembrare iperboli inventate dall’autrice, per chi non conosce la città, ma sono una parte considerevole dell’universo della capitale del “Regno” (spesso sono gli stessi tamarri a dire: «Marò, quanti tamarri che ci sono!»). Certo che “i Tamarri” non sono una peculiarità strettamente napoletana, probabilmente il conto è pari in tutt’Italia, solo che i figli della sirena si agitano in modo più virulento e alzano la voce di più, facendo lievitare il novero dei luoghi comuni su questa città dolente. Ricordiamo un film francese dove il vecchio zio dice al nipotino che alzava la voce: «Smettila di agitarti come un italiano!», e certe disgustose cravatte verdi ostentate in televisione, sono un esempio di tamarrismo peninsulare accertato. Ma Napoli è Napoli.
La deliziosa esegesi che l’autrice ha messo a punto è un divertimento assoluto. Una varietà infinita di categorie umane, livellatesi negli ultimi trent’anni in una rozzezza edonistica, sono sottoposte ad esame autoptico – antropologico. Il come sia riuscita a penetrare con un bisturi dentro la carne viva dei figli dell’antico tamarro Masaniello, resta un piacevole mistero. Le forme della stupidità ostentata come ideologia da questo ceto neo-moderno fanno pensare all’uovo di Colombo, diamine! tutti abbiamo sotto gli occhi questa gente, ogni giorno, come mai non abbiamo pensato di raccontarla? Bhè, ci ha pensato Floriana Tursi.

 

Boopen-led editore euro 10


24 ottobre 2010

Il 546 Bus per l'aldiquà.

 

 

Il 546 è il vecchio 147 rosso.
La vecchia Atan aveva una cultura apotropaica dei numeri dei bus, li faceva somigliare per onomatopeismo ai posti dove giravano e, ‘o pullmànn’ po’ camposanto, come poteva chiamarsi?
La nuova Anm ha un senso estetico del trasporto, autobus pochi per la strada, ma un’immagine high tech formidabile. Paline e pensiline di design francese, numeri indicatori da missione spaziale o da intervento di Navy Seal in Mozambico: C39, 2M, 546… Orari presunti d’arrivo sui display elettronici mai rispettati – ma se chiami il numero verde ti diranno, come se fossimo in “Star Trek”:
«Ci scusino signori, ma c’è stata una tempesta elettronica».
Il 546 parte dalla stazione metropolitana del Frullone- poco prima del Museo di Capodimonte - e, tagliando come il burro la città, scende verso il centro, passando per il vialone di Corso Amedeo di Savoia. Quella era  la passeggiata che portava i borboni verso la residenza reale. 
Poi attraversa il corpo sanguigno ed eduardiano della città: via Foria, dopo sale per la vecchia Via Nuova Del Campo - “via del Campo c’è una puttana, occhi grandi color di Foglia…” - una volta c’erano prostitute, ora si chiama via Don Bosco e sono sparite. Quindi su a Capodichino, dove c’è il ristorante “La Loggia del Paradiso”: ci vanno a fare l’ultima cena? E a destra giù, al “Nuovissimo”, il cimitero di sopra.      
 
 
 
 
Dalle sette e mezza del mattino stanno già li, gli stakanovisti del lutto, sono gli anziani.
Sembrano avviarsi per tempo, verso quella che sarà la loro ultima casa.
Quando arrivi sulla fermata, già conosci la composizione antropologica della folla in attesa.
Sai chi si lamenterà, chi cordialmente ti chiederà un’informazione.
Tutti ti hanno già guardato e soppesato con gli occhi, sei a meta strada tra un padre snaturato e un carceriere che viene a liberarli in ritardo.
I vestiti sono d’epoca. Da un po’ non si sente più la naftalina, ma il vecchio odore della “Lavanda Linetti” lo risenti, mentre la mente fa un tuffo sulla foto sbiadita del nonno che portava lo stesso vestito “Principe di Galles” a spina di pesce. Questo anziano cavaliere che sale distribuisce la sua essenza nel bus. Sarà sicuramente cavaliere, come diceva Totò: “non dubiti, la faranno cavaliere, quantomeno commendatore.
 La signora Pupetta mentre sale inveisce contro il comune che non le da’ i sacchetti della spazzatura. Le invettive contro l’astratta madre infedele, la municipalità, sono continue. Eccole, fiori in mano puntati come Kalashnikov verso il mezzo pubblico. Donne in nero.
E’ difficile stabilire se gli abiti scuri sono rappresentativi del lutto o della moda imperante.
Ma il nero di lutto lo leggi, è totale e sembra emani dolore, mentre quello della promenade domenicale è glamour, rotto da nuance di cromatismi diversi.
La vedova giovane, amputata del marito, se è la coniuge di un ammazzato di camorra, viaggia in bus, ma solo se il marito era di una cosca perdente.
Ha gli occhi bassi, e tira a se i figli, come una lupa furiosa.
 
Le vedove dei vincenti le vedi dal parabrezza, arrivano in Swift-Suzuki, con motorini roboanti da 500 cc, con le Mercedes nere 250 cl. Hanno minigonne da schianto, perizoma la cui lettura orografica è semplice perché viaggiano sotto il raso nero della gonna come cilici sensuali. Le riconosci e distingui dalla gente comune, dalle vedove glamour, perché hanno sempre un filo di pancia di troppo, poco avvezze alle diete.
L’immondizia e il traffico sono istituzionali.
La procace biondona ad ossigeno (20 volumi, nel lavandino di casa), con reggiseno di una taglia inferiore, affaccia il suo decolleté nella cabina guida e ti chiede:
«Capo, mi farebbe scendere qui? Mi gira la testa non mi sento bene»
Le  fai: «Tranquilla signora le chiamo un’ambulanza?»
E lei, facendo sulle enormi tettone il gesto di soffiarsi, dice:
«Eh, fosse solo quello…»
La gestione del caos è ordinata. I vigili con divise stazzonate ma decenti, da polizia afgana, regolano un traffico di bus semivuoti e di migliaia di macchine con anziani viaggiatori di last travel.
 I miei clienti scemano lentamente, i dibattiti sulla povera ragazza strangolata dalla cugina o dallo zio, si spengono. La tettona dal basso mi lancia uno sguardo da fuoco eterno, le sue lenzuola di raso (nero?) andrebbero riempite.
Tiro il freno a mano allo stazionamento.
Accendo una sigaretta e apro il giornale, c’è Fini che parla con D’Alema amabilmente: Mio Dio, e se si risvegliasse uno di questi morti ventennali ?
 
 
 

 

 


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permalink | inviato da dido il 24/10/2010 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2010

Racconti d'estate (ma perchè d'inverno no?)

                                                   

Parto per la via Crucis vacanziera, mi annoierò a morte e dopo mi accorgerò che le vacanze sono una dolorosa pausa inutile se si vive una vita meravigliosa.

Tratto da questa deliziosa antologia, di quell'inesauribile sornione della letteratura napoletana che è Aldo Putignano (corroborato dall' enfant terrible Giancarlo Marino) uscita nella primavera del 2009: "Enciclopedia degli scrittori inesistenti", vi pubblico il mio brano.

In questo racconto cito Pietro Taricone, già un anno fa prevedevo, anche con ironia, un futuro intelligente per questo bel ragazzo che la storia ha ghermito anzitempo, certe persone sono destinate a rimanere belle per l'eternità, come lo fu per Norma Jean Baker, la nostra Marilyn.

 

Zuì El Khan, ????- (Fontana di Trevi - 1954 Wall Street Journal 2036/38),??
detto anche Ahmed Zovirax, anche conosciuto col nome di battaglia di Gamal El-Bixio (in onore di una sua bisnonna che cavalcò in Calabria col grande Nino)
Scrittore, giornalista, poeta e guerriero lombardo.
 
Zuì El Khan, figlio di un ragioniere di origine turca e di una turista calabrese, nacque, per espresso volere del padre, nella celebre fontana di Trevi, comprata dalle mani di un principe napoletano.
Trascorre i primi anni di vita nel manicomio di Fossombrone, insieme alla famiglia, ed è la che compone, a quattro anni, la sua prima piece teatrale “Vita distratta” , dove si narra di un sorvegliante ubriaco che dimentica la porta di un manicomio aperto.
Bambino precoce, dopo la primina, viene iscritto al liceo classico Primo Carnera di Cagate Brianza dove inizia la sua reale attività letteraria.  
        Senza avere mai conosciuto Bertolt Brecht, il giovane Gamal con grande maestria e genio lo evita accuratamente nell’inventare uno stile teatrale, superfluo e a tratti inutile. La formidabile idea di un “Teatro del niente”, venne al giovane Zovirax (chiamato così a scuola per una forma di herpes che gli impediva di parlare in gaelico) in una notte di luna piena radendosi allo specchio con la lampadina fulminata.
Il viaggio nel “dramma” lo aveva già fatto nascendo, ma El Khan voleva metterci qualcosa di più e inventò il “Teatro dell’incoscienza”. Una formidabile mistura di bugie e frottole succulente, raccontate con l’arte di un affabulatore come Vittorio Gasmann (somiglia terribilmente al grande Vittorio, ha lo stesso numero di scarpe), narrate a Milano dove si ammoccano tutto. E lo chiamò “dell’incoscienza” perché ben sapeva, che se lo avessero scoperto, lo avrebbero murato vivo nella ristrutturazione del”Piccolo Teatro”.
        Il successo non fu immediato, Dario Fò glielo aveva preannunciato, quando lo vide montare le mensole della cucina (crollarono sei barattoli di marmellata e uno di miele, la cucina fu inondata di api e Franca Rame, dopo essere stata punta, lo accusò di revanscismo durante un’assemblea di attori anarchici del nord-est ): “senza la livella, le mensole cadranno e non sarai scritturato neanche da un muratore, coglione”. La sua opera fu invece apprezzata senza riserve dal critico Nuzio Scevro che lo definì “ un antesignano di qualche cosa”.
Dopo aver composto l’elogio funebre per la morte di Giorgio Gaber, intitolato: “Meglio così”, fu rinchiuso in un canile municipale, dall’allora presidente della Provincia Ombretta Colli e liberato sotto cauzione (pagata dalla Kit-Kat, la Friskies si era già costituita parte civile in un processo parallelo, dove gli attori di una commedia di Zuì erano stati definiti “cani”).
        Nel 2012, accolto in udienza dal Papa Bicipite I (Sua Santità era un ex pugile, convertitosi al cristianesimo dopo l’abolizione della boxe), rimasto folgorato dal vedere una suora ucraina Dell’Ordine delle Badanti di Cristo mentre assisteva alle abluzioni del Santo Padre in t-shirt, scrisse i suoi due poderosi saggi cattolici: “Pederasti & Cineasti” (una lucida disamina dell’omosessualità nel “Nuovo Cinema Vaticano”) e il saggio “Teologia sessuale”, come si affronta il sesso in sagrestia e nelle altre dependance.
        Nel 2020, la svolta letteraria più importante. Mentre passeggiava per i vicoli di Manhattan, il vecchio Zuì fu sequestrato da un gruppo di ex attrici dell’Actor’s Studio e da un paio di casalinghe disperate, che lo solleticarono violentemente con una piuma nelle parti basse. Nel volantino di rivendicazione, firmato “Femministe Disattente”, il gruppo politico-sessuale ammise di averlo sequestrato per errore, il loro obbiettivo era Pietro Taricone, un ex attore italiano, diventato governatore della California.
Zuì, dopo l’accaduto si trasferì a Tunisi, nella terra dei Padri (sarebbe stata la Turchia, ma non trovò alberghi liberi a Istanbul) e scrisse il suo capolavoro, tradotto poi in tre lingue e dodici dialetti:
“Pensieri sullo sterco molle dei dromedari sulle dune a nord di Rabat”, un’antologia intensa e pregnante sulle vicende di Amal Al-Katzoun, un poeta e narratore berbero vissuto nel ‘900 e morto ad Agadir nel 1947 d.c. tentando di salvare il suo cammello impazzito che voleva abbeverarsi ad un distributore di benzina. Gli undici racconti seguono tutti uno stesso tema, quello del rapporto dell’uomo col suo animale, inteso anche in senso meta-fisico (l’altra metà, no!).
 
 
Della migrazione dalla sua terra, o dal suo giardino, in quella del suo vicino - sempre in viaggio - alla scoperta della di lui compagna Fatima, detta anche “Le doppie dune del deserto” per il prosperoso petto che ricordava le cupole della moschea di Ouarzazat.
Qui il tema della migrazione si fa passionale, perchè Amal, stravolgendo i canoni classici della letteratura Araba, di per se transumante per via dei molti arzigogoli fluttuanti della scrittura medio-orientale, la ferma, in modo occidentale; le blocca la poetica, riducendola a puro e, oseremmo dire mero e porco suo vantaggio, lasciandosi rotolare nello stallatico del ricovero dei cammellidi, insiemi alla ormai ex nobile consorte del suo amico, combinandosi, lui e la Fatima, come dei lerci concubini, che annullano poetiche e quant’altro in favore del ritorno alla natura (insomma...).
        Tornato a New York nel maggio del 2036 come consulente militare per un videogame edito dal Wall Street Journal, sulla guerra economica tra Iran e Iraq (un nipote di Saddam, dopo aver preso il potere, aveva bombardato le banche iraniane con bond argentini, avanzi del risarcimento americano), scomparve nei bagni dell’82 piano. Dopo due anni di ricerca non è stato ancora ritrovato il corpo, e neanche i resti di dodici infermiere svedesi che lo accompagnavano.
Alcune sue opere sono state rieditate ultimamente dai “Rotoloni Regina”.

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Un attimo

Felice/mente spossato/a,

un attimo è stato un attimo

neanche il tempo di pensarlo, l'attimo

un grande fiume caldo salito al cuore

e giù fino all'infinito, un attimo

è stato un attimo/ veloce come

cavaliere che rincorre la giumenta

scappata in un attimo e raggiunta

come fiume caldo fuggito dal cuore,

un attimo è stato un attimo.

 

F. Di Domenico 29 XII 2009

 

Un omaggio a due attimi, differiti,

ma unisonici.

 

 

 “…il culo del cammello, smuove le dune
 del deserto…”
 “Pensieri sullo sterco molle delle dune a
 nord di Rabat”
 
 di Zhui El Khan
 


  Il nuovo libro

       La mia prima antologia personale
       21 racconti/ventuno soluzioni di
       vita per chi crede di essere normale.
  
        
         le tre antologie
    che raccolgono miei racconti

        


       

     

    

    

    

    

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Ahmed Al Safi
Nato in Iraq nel '71, allievo di Ismail Fattah
padre dell'arte irakena. Vincitore del premio
"Ismail Fattah 2000". L'arte di Al Safi, riflet-
te quella generazione di artisti che negli an-
ni novanta hanno vissuto il disagio dell'emb-
argo
e della dittatura saddamista e, succes-
sivamente dell' ulteriore sfacelo dell'
Iraq con
l'arrivo delle truppe straniere.
Vive e lavora a Issoudun in Francia, nella
splendida regione de "L'Indré".


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